Salute 31 Luglio 2026 09:55

Tumore ovarico, il fruttosio potrebbe favorire la diffusione delle metastasi

Uno studio pubblicato su Nature Aging identifica nel fruttosio un segnale che renderebbe più invasive le cellule del tumore ovarico. I risultati, ottenuti in modelli preclinici, aprono nuove ipotesi sul ruolo della dieta nella progressione della malattia.

di Arnaldo Iodice
Tumore ovarico, il fruttosio potrebbe favorire la diffusione delle metastasi

Un gruppo di ricercatori del Wistar Institute ha identificato un nuovo meccanismo che potrebbe contribuire alla diffusione del tumore ovarico, chiamando in causa il fruttosio, uno degli zuccheri più comuni nella dieta. Lo studio, pubblicato sulla rivista Nature Aging, mostra come alcune cellule tumorali sopravvissute alla chemioterapia continuino a essere biologicamente attive e rilascino molecole capaci di modificare il comportamento delle cellule tumorali circostanti, favorendone la capacità metastatica.

Tra queste molecole, gli autori hanno individuato proprio il fruttosio, che agirebbe come un segnale in grado di aumentare la diffusione della malattia. “Alcune cellule tumorali che sopravvivono alla chemioterapia non si dividono più, ma sono ancora biologicamente attive”, ha spiegato Aidan Cole, ricercatore post-dottorato nel laboratorio di Katherine Aird al Wistar Institute e primo autore dello studio. “Continuano invece a rilasciare molecole che inviano segnali alle cellule vicine. Il nostro studio è tra i primi a dimostrare che un nutriente, in questo caso il fruttosio, può agire come uno di questi segnali”.

Il tumore ovarico viene trattato quasi sempre con chemioterapia a base di platino e molte pazienti rispondono inizialmente alle cure. Tuttavia, nella maggior parte dei casi la malattia recidiva e sviluppa metastasi nella cavità addominale, responsabili di circa il 90% dei decessi correlati.

Le cellule sopravvissute alla chemioterapia e il ruolo del fruttosio

Per comprendere come le cellule tumorali residue favoriscano la progressione della malattia, i ricercatori hanno raccolto le molecole rilasciate dalle cellule che erano sopravvissute alla chemioterapia e le hanno utilizzate in modelli preclinici. I risultati hanno mostrato che questi fattori, anche in assenza delle cellule che li avevano prodotti, erano sufficienti ad aumentare in modo significativo la capacità delle cellule tumorali di diffondersi. Secondo Cole, si tratta della prima dimostrazione, in un modello preclinico e non limitata a colture cellulari, che siano le molecole secrete dalle cellule sopravvissute, e non le cellule stesse, a promuovere la disseminazione del tumore.

L’analisi della composizione di queste sostanze ha portato all’identificazione del fruttosio come principale mediatore del fenomeno. I ricercatori hanno inoltre osservato che elevate quantità di fruttosio introdotte con la dieta, in particolare attraverso bevande zuccherate, erano in grado di indurre lo stesso segnale pro-metastatico anche in assenza di un precedente trattamento chemioterapico. La scoperta apre nuove prospettive di ricerca sul rapporto tra alimentazione e progressione tumorale.

Gli autori sottolineano che, a differenza di molti fattori di rischio non modificabili, l’assunzione di fruttosio può essere ridotta attraverso le scelte alimentari. Al momento, però, non esistono studi clinici che dimostrino che limitarne il consumo possa rallentare la progressione del tumore nei pazienti. I risultati suggeriscono quindi una possibile relazione biologica che dovrà essere confermata in studi sull’uomo prima di tradursi in indicazioni cliniche.

Il legame con il colesterolo e le possibili implicazioni terapeutiche

Per capire perché il fruttosio favorisca la diffusione delle cellule tumorali, il gruppo di ricerca ha utilizzato diverse tecniche di analisi, compreso uno screening genomico CRISPR. Gli esperimenti hanno evidenziato che il fruttosio riduce la produzione di colesterolo nelle cellule tumorali adiacenti. Il colesterolo contribuisce infatti a mantenere l’adesione tra le cellule, funzionando come una sorta di “colla” biologica. Quando la sua sintesi diminuisce, le cellule perderebbero parte della loro capacità di restare unite e potrebbero separarsi con maggiore facilità, aumentando il potenziale metastatico. Questa osservazione ha richiamato l’attenzione anche sulle statine, farmaci ampiamente utilizzati per ridurre il colesterolo, che nei modelli sperimentali hanno mostrato effetti simili sulla diminuzione dell’adesione cellulare.

Dai risultati preclinici ai prossimi studi: prudenza e nuove domande

Gli autori sottolineano che i risultati ottenuti derivano esclusivamente da modelli sperimentali e non dimostrano ancora che lo stesso meccanismo sia presente nei pazienti. Per questo motivo invitano alla cautela nell’interpretazione dei dati, soprattutto riguardo alle possibili implicazioni terapeutiche. Katherine Aird, professoressa e co-direttrice del Programma di Oncogenesi Molecolare e Cellulare presso l’Ellen and Ronald Caplan Cancer Center del Wistar Institute e autrice senior dello studio, ha precisato che il gruppo sta valutando se le statine possano interferire con gli effetti della chemioterapia, ma che i risultati non rappresentano in alcun modo un motivo per interrompere i trattamenti ipocolesterolemizzanti.

“Non abbiamo ancora testato questo effetto sui pazienti, ma solleva interrogativi sulla combinazione di farmaci ipocolesterolemizzanti con la chemioterapia, soprattutto perché il cancro ovarico è più comune nelle donne in postmenopausa, che spesso assumono già statine”, ha affermato la ricercatrice. Parallelamente, il team sta verificando se il meccanismo identificato possa essere presente anche in altri tumori caratterizzati da un’elevata tendenza alla diffusione nella cavità addominale.

Secondo Aird, neoplasie come quelle del pancreas, del colon e del fegato potrebbero condividere dinamiche biologiche simili, anche se è ancora prematuro considerare il fenomeno universale. I ricercatori hanno già avviato nuovi esperimenti per verificare la riproducibilità dei risultati in diversi modelli tumorali e chiarire se il ruolo del fruttosio rappresenti un meccanismo comune della progressione metastatica. Se confermate, queste osservazioni potrebbero contribuire allo sviluppo di nuove strategie terapeutiche e nutrizionali di supporto, pur richiedendo un lungo percorso di validazione clinica prima di modificare la pratica assistenziale.

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