Nella Giornata mondiale dell'epatite, OMS ed ECDC richiamano l'attenzione su una malattia che continua a provocare milioni di infezioni e centinaia di migliaia di morti nonostante vaccini e terapie efficaci siano già disponibili
L’epatite virale continua a essere una delle principali sfide di salute pubblica a livello globale. È una malattia prevenibile, diagnosticabile e, in molti casi, curabile, ma milioni di persone continuano a convivere con l’infezione senza saperlo o senza poter accedere alle cure. A richiamare l’attenzione su una delle più grandi contraddizioni della sanità pubblica sono l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) e l’European Centre for Disease Prevention and Control (ECDC) in occasione della Giornata mondiale dell’epatite, che si celebra il 28 luglio. Il messaggio delle due agenzie converge su un punto: gli strumenti per eliminare l’epatite virale esistono già, ma le disuguaglianze nell’accesso alla prevenzione, alla diagnosi e ai trattamenti rischiano di allontanare l’obiettivo fissato dall’OMS di eliminare l’epatite come minaccia per la salute pubblica entro il 2030.
Il quadro globale: 287 milioni di persone convivono con un’epatite cronica
Secondo l’OMS, nel 2024 erano 287 milioni le persone che vivevano con un’epatite cronica B o C e 1,3 milioni sono morte a causa delle conseguenze dell’infezione. A gravare maggiormente sul bilancio è l’epatite B, responsabile di circa l’85% dei decessi. Dal 2015 le morti correlate a questa infezione sono aumentate del 17%, principalmente per i ritardi nella diagnosi e nel trattamento. Al contrario, nello stesso periodo le nuove infezioni da epatite B sono diminuite del 32%, mentre i decessi legati all’epatite C si sono ridotti del 12%, segno che gli interventi di prevenzione e le nuove terapie stanno producendo risultati, seppur ancora insufficienti. Per l’OMS il problema non è l’assenza di strumenti efficaci. Vaccini, test diagnostici accurati, farmaci in grado di guarire l’epatite C e terapie capaci di controllare l’epatite B sono già disponibili. A mancare è un accesso equo a questi interventi, ostacolato da carenze dei sistemi sanitari, disuguaglianze economiche, stigma e scarsa consapevolezza della malattia.
La campagna OMS: “Abbattiamo le barriere”
È proprio questo il significato della campagna “Hepatitis: Let’s break it down”, scelta dall’OMS per il World Hepatitis Day 2026. L’obiettivo è trasformare le evidenze scientifiche in azioni concrete attraverso maggiori investimenti, un più forte impegno politico e l’ampliamento dell’accesso alla prevenzione, ai test e alle cure. Tra le priorità indicate figurano l’estensione della vaccinazione contro l’epatite B, la diagnosi precoce, l’integrazione dei servizi per l’epatite nell’assistenza sanitaria primaria, il coinvolgimento delle comunità e il rafforzamento della ricerca, con particolare attenzione all’epatite B e alla coinfezione con il virus dell’epatite D. L’OMS richiama inoltre l’attenzione sulla prevenzione alla nascita: nel 2024 solo il 45% dei neonati nel mondo ha ricevuto la dose di vaccino contro l’epatite B entro le prime 24 ore di vita, uno degli interventi più efficaci per prevenire la trasmissione dell’infezione dalla madre al figlio.
Europa: progressi concreti, ma non sufficienti
Se il quadro globale resta preoccupante, i dati dell’ECDC mostrano come l’Europa abbia compiuto passi avanti significativi, pur rimanendo lontana dagli obiettivi del 2030. Nell’Unione europea e nello Spazio economico europeo si stima che circa 5 milioni di persone convivano con un’epatite cronica B o C e che quasi 60mila muoiano ogni anno per cirrosi, insufficienza epatica o tumore del fegato correlati all’infezione. “Nessuno dovrebbe morire per una malattia prevenibile, diagnosticabile e curabile – afferma Bruno Ciancio, Head of Unit Directly transmitted and Vaccine-preventable Diseases dell’ECDC -. Eppure milioni di europei convivono con infezioni croniche da epatite B o C, spesso senza saperlo. La nostra sfida collettiva è fare in modo che gli interventi salvavita siano accessibili a tutti coloro che ne hanno bisogno”.
I risultati ottenuti grazie ai programmi vaccinali
L’ECDC evidenzia come le strategie di prevenzione abbiano già dimostrato la loro efficacia. La prevalenza dell’epatite B nei bambini sotto i cinque anni è ormai prossima allo zero, mentre le infezioni acute continuano a diminuire. Tra i giovani con meno di 25 anni, la quota di casi di epatite B acuta è passata dall’11% nel 2015 all’8% nel 2024, riflettendo l’impatto delle campagne vaccinali e delle altre misure di prevenzione. Un altro risultato riguarda la trasmissione madre-figlio: lo screening dell’epatite B in gravidanza è ormai adottato in tutti i 30 Paesi dell’UE/SEE e ha consentito di ridurre la trasmissione verticale del virus al di sotto del 2%. Anche i sistemi di controllo di sangue, tessuti e cellule risultano oggi ampiamente consolidati, contribuendo a limitare ulteriormente il rischio di trasmissione.
Le criticità: vaccinazioni e riduzione del danno ancora insufficienti
Accanto ai progressi, l’ECDC evidenzia però importanti criticità. Solo 9 dei 25 Paesi che hanno trasmesso i dati hanno raggiunto il target dell’OMS di vaccinare completamente almeno il 95% dei bambini contro l’epatite B e, in alcuni Stati, le coperture vaccinali risultano addirittura in diminuzione. Permangono inoltre carenze nelle strategie di prevenzione dell’epatite C tra le persone che fanno uso di droghe per via iniettiva. Sebbene la distribuzione di aghi e siringhe sterili e il trattamento con agonisti degli oppioidi abbiano dimostrato di ridurre efficacemente la trasmissione del virus, solo sette Paesi hanno raggiunto il target dell’OMS per questi programmi di riduzione del danno. Per rafforzare la risposta, l’ECDC e la European Union Drugs Agency (EUDA) hanno sviluppato nuovi strumenti operativi e un toolkit dedicato anche agli istituti penitenziari, dove il potenziamento della prevenzione, dello screening e dell’accesso alle cure potrebbe contribuire in modo significativo a ridurre la diffusione dell’infezione. I dati diffusi da OMS ed ECDC in occasione di questa Giornata mostrano, dunque, che il mondo e l’Europa non partono da zero. Le conoscenze scientifiche, i vaccini, gli screening e le terapie esistono già e hanno dimostrato di funzionare. La vera sfida è trasformare questa disponibilità in un accesso concreto e uniforme ai servizi sanitari.