Uno studio pilota su donne anziane in sovrappeso mostra che limitare i pasti a una finestra di 8-9 ore migliora pianificazione e memoria, pur con una perdita di peso simile a quella ottenuta con la sola restrizione calorica.
Limitare il consumo di cibo a una finestra di 8-9 ore al giorno potrebbe offrire benefici non solo per il controllo del peso, ma anche per la salute del cervello. È quanto emerge da uno studio clinico pilota condotto da ricercatori della Rutgers University, secondo cui la restrizione dell’orario dei pasti potrebbe contribuire a preservare alcune funzioni cognitive nelle donne anziane in sovrappeso o obese, riducendo potenzialmente il rischio di demenza. I risultati sono stati presentati a NUTRITION 2026, il congresso annuale dell’American Society for Nutrition in programma dal 25 al 28 luglio a National Harbor, nel Maryland.
La ricerca ha coinvolto 47 donne tra i 50 e i 79 anni, tutte in sovrappeso o obese e inserite in un programma di dimagrimento. A tutte è stato chiesto di ridurre l’apporto energetico di circa 500 calorie al giorno. Tuttavia, 26 partecipanti hanno seguito anche un protocollo di alimentazione a tempo limitato, concentrando i pasti in meno di nove ore quotidiane, generalmente tra le 10 e le 18, con una finestra media di 8,2 ore. Le altre hanno mantenuto una distribuzione dei pasti nell’arco di circa 12,3 ore al giorno.
Benefici cognitivi oltre la perdita di peso: cosa hanno osservato i ricercatori
Dopo sei mesi di intervento, entrambe le strategie alimentari hanno prodotto una perdita di peso praticamente identica, pari in media a circa 6,8 chilogrammi per partecipante. La differenza è emersa però sul piano cognitivo. Le donne che avevano limitato la finestra temporale dei pasti hanno ottenuto risultati significativamente migliori nei test che valutavano la pianificazione spaziale e la capacità di risolvere problemi rispetto a quelle che avevano semplicemente ridotto le calorie senza modificare gli orari dei pasti. Inoltre, è stata osservata una tendenza a commettere meno errori nelle prove dedicate alla memoria e all’apprendimento, anche se queste differenze non hanno raggiunto la significatività statistica. Non sono invece emersi benefici nei test relativi al multitasking o ai tempi di reazione.
Secondo Sue Shapses, professoressa della Rutgers University e responsabile dello studio, la semplice perdita di peso può già contribuire a contrastare parte del declino cognitivo associato all’invecchiamento, ma concentrare l’assunzione di cibo in una finestra di 8-9 ore potrebbe offrire un vantaggio aggiuntivo. La ricercatrice sottolinea che interrompere l’assunzione di cibo almeno quattro ore prima di andare a dormire potrebbe favorire il mantenimento di alcune capacità cognitive essenziali nella vita quotidiana. In particolare, i miglioramenti osservati riguardano competenze utili per ricordare informazioni, pianificare attività, mantenere l’attenzione e affrontare problemi complessi. L’analisi dei dati ha inoltre mostrato che una finestra alimentare più breve era associata a miglioramenti cognitivi più marcati, suggerendo una relazione tra il tempo dedicato ai pasti e le prestazioni cerebrali.
Considerando che le donne e le persone con sovrappeso o obesità presentano un rischio più elevato di sviluppare Alzheimer e altre forme di demenza, questi risultati indicano che modificare non solo cosa si mangia, ma anche quando si mangia, potrebbe rappresentare una strategia preventiva promettente.
Servono conferme, ma si guarda già ai meccanismi biologici coinvolti
Gli autori dello studio invitano comunque alla prudenza. La ricerca ha coinvolto un numero limitato di partecipanti ed è stata presentata in occasione di un congresso scientifico, per cui saranno necessari studi più ampi e con popolazioni diverse per confermare i risultati osservati. L’obiettivo sarà verificare se i benefici cognitivi della restrizione oraria dei pasti siano riproducibili anche in uomini, persone normopeso e soggetti con differenti condizioni di salute, oltre a valutare gli effetti nel lungo periodo.
Parallelamente, il team della Rutgers University intende approfondire i meccanismi biologici che potrebbero spiegare il legame tra alimentazione a tempo limitato e funzione cerebrale. Tra le ipotesi più accreditate figurano il miglior allineamento dei ritmi circadiani, la modulazione delle vie cellulari coinvolte nel rilevamento dei nutrienti, la riduzione dell’infiammazione cronica e il miglioramento della salute metabolica. Tutti questi processi sono stati in passato associati sia all’invecchiamento cerebrale sia al rischio di sviluppare malattie neurodegenerative.
Iscriviti alla Newsletter di Sanità Informazione per rimanere sempre aggiornato