Un grande studio su oltre 53 mila adulti anziani mostra che alterazioni del ritmo sonno-veglia, attività diurna ridotta e orari irregolari potrebbero diventare nuovi segnali precoci per individuare le persone più vulnerabili
Capire chi è più esposto al rischio di sviluppare una demenza prima della comparsa dei sintomi potrebbe cambiare la gestione della malattia, favorendo interventi anticipati e percorsi di prevenzione personalizzati. È questa la prospettiva emersa da una nuova analisi pubblicata su JAMA Neurology, che ha seguito per circa otto anni 53.448 persone over 60 per valutare se il modo in cui dormiamo e siamo attivi durante la giornata possa fornire informazioni utili sul futuro rischio cognitivo. I ricercatori hanno rilevato che alterazioni del ritmo circadiano, come sonno frammentato, orari irregolari e ridotta attività nelle ore diurne, erano associate a una maggiore probabilità di sviluppare demenza.
Il ritmo sonno-veglia come possibile “spia” della salute del cervello
La demenza non compare improvvisamente: nella maggior parte dei casi il processo biologico che porta al declino cognitivo può iniziare molti anni prima della diagnosi clinica. Per questo la ricerca si sta concentrando sull’identificazione di biomarcatori precoci, cioè segnali misurabili che possano indicare un aumento del rischio prima che compaiano perdita di memoria e difficoltà nelle attività quotidiane.
Tra questi, il ritmo circadiano, ovvero l’alternanza naturale tra sonno e veglia regolata dall’orologio biologico interno, sta attirando sempre più attenzione. Questo sistema influenza non solo il riposo, ma anche metabolismo, equilibrio ormonale, infiammazione e funzioni cerebrali. Lo studio ha analizzato i comportamenti quotidiani dei partecipanti attraverso un accelerometro indossato al polso, uno strumento simile a un dispositivo per il monitoraggio dell’attività fisica, capace di registrare movimenti, periodi di inattività e caratteristiche del sonno.
Otto anni di osservazione: 758 nuovi casi di demenza
Nel corso del periodo di follow-up, 758 partecipanti hanno sviluppato una forma di demenza. Confrontando i dati iniziali relativi al sonno e all’attività quotidiana, i ricercatori hanno osservato una relazione tra alcune caratteristiche del ritmo giornaliero e un aumento del rischio. In particolare, sono risultati associati a una maggiore probabilità di sviluppare demenza:
Questi elementi, considerati singolarmente, non indicano necessariamente la presenza di una malattia. Il loro valore potrebbe emergere soprattutto quando vengono integrati con altri fattori clinici e biologici, creando una fotografia più completa del rischio individuale.
L’intelligenza artificiale e i dati quotidiani per anticipare la diagnosi
Uno degli aspetti più interessanti dello studio riguarda la capacità dei modelli predittivi di migliorare quando ai tradizionali fattori di rischio vengono aggiunte le informazioni sul ritmo sonno-veglia. Secondo gli autori, l’inserimento di questi parametri ha aumentato in modo significativo la capacità di identificare le persone maggiormente esposte alla demenza, con un contributo paragonabile a quello dell’APOE e4, la variante genetica considerata uno dei principali fattori di rischio per la malattia di Alzheimer. Questo risultato apre la strada a un possibile utilizzo futuro di strumenti semplici e non invasivi, come dispositivi indossabili e sistemi digitali di monitoraggio, per individuare precocemente segnali di fragilità cognitiva.
Cosa cambia per i pazienti: prevenzione e presa in carico più tempestive
Se questi risultati saranno confermati da ulteriori studi, il monitoraggio del sonno potrebbe diventare uno degli strumenti per costruire programmi di prevenzione personalizzata della demenza, soprattutto nelle fasce di popolazione più anziane. L’obiettivo non sarebbe diagnosticare la malattia attraverso il solo ritmo del sonno, ma individuare persone che potrebbero beneficiare prima di controlli specialistici, valutazioni cognitive e interventi mirati sugli stili di vita. Per i pazienti questo potrebbe significare arrivare prima alla diagnosi, riducendo il tempo tra la comparsa dei primi segnali e l’accesso ai servizi sanitari. Un aspetto particolarmente rilevante considerando che una presa in carico precoce permette di pianificare meglio assistenza, supporto alle famiglie e gestione delle terapie disponibili.
Dalla ricerca alla pratica clinica: servono ancora conferme
Gli esperti sottolineano però che il ritmo sonno-veglia non può essere considerato, al momento, un test diagnostico per la demenza. Le alterazioni del sonno possono infatti essere legate a molti fattori: età, farmaci, depressione, malattie croniche, isolamento sociale o cambiamenti dello stile di vita. Saranno necessari ulteriori studi per capire se questi segnali possano essere utilizzati nella pratica clinica quotidiana e in quali contesti sanitari possano offrire il maggiore beneficio. La prospettiva resta comunque promettente: trasformare un comportamento quotidiano come il sonno in una finestra sullo stato di salute cerebrale potrebbe rappresentare, in futuro, un nuovo tassello nella diagnosi precoce e nella costruzione di percorsi assistenziali più efficaci per le persone a rischio di demenza.
Iscriviti alla Newsletter di Sanità Informazione per rimanere sempre aggiornato