L’annegamento resta una delle principali cause di morte accidentale tra bambini e adolescenti. La Confederazione Italiana Pediatri richiama le raccomandazioni per famiglie, operatori sanitari e decisori.
Si susseguono, dall’inizio dell’estate, notizie di cronaca sull’annegamento di minori in piscine pubbliche o private, spesso anche sotto l’occhio di genitori e personale responsabile. Dopo anni di calo, i decessi per annegamento in età pediatrica sono aumentati a partire dalla pandemia di Covid-19, forse anche a causa delle interruzioni delle lezioni di nuoto e del minore accesso alle piscine pubbliche.
A richiamare l’attenzione sul tema sono la dottoressa Teresa Mazzone, presidente nazionale della Confederazione Italiana Pediatri, e il dottor Alessandro Giannattasio, segretario regionale CIPe Liguria, insieme ai medici della CIP, che hanno diffuso raccomandazioni aggiornate rivolte a famiglie, operatori sanitari e decisori politici.
Secondo un recente rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità, che ha esaminato le evidenze più aggiornate sulla prevenzione degli annegamenti, queste tragedie sono in larga parte prevenibili quando famiglie e comunità adottano più livelli di protezione.
Mazzone e Giannattasio: “L’annegamento resta un grave problema di salute pubblica”
“L’annegamento rimane un grave problema di salute pubblica”, sottolineano Teresa Mazzone e Alessandro Giannattasio. “Tra i bambini piccoli, l’annegamento è la causa di morte più frequente, superando le malformazioni congenite. Nella fascia d’età compresa tra i 5 e i 14 anni, l’annegamento è la seconda causa di morte per lesioni accidentali, preceduto solo dagli incidenti stradali”, spiegano i pediatri.
Nel biennio 2024-2025, ricordano Mazzone e Giannattasio, “138 bambini e adolescenti di età inferiore ai 24 anni sono deceduti per annegamento accidentale, inclusi gli incidenti legati all’uso di imbarcazioni”. Molti di questi decessi, evidenziano i pediatri, potevano essere evitati.
La prevenzione degli annegamenti non può basarsi su una sola misura. Richiede invece più livelli di protezione: sorveglianza stretta, competenze natatorie, barriere attorno alle piscine, giubbotti di salvataggio e politiche pubbliche orientate alla sicurezza in acqua.
Quando queste misure vengono adottate insieme, il rischio di annegamento si riduce in modo significativo. Per questo i pediatri raccomandano, ove possibile, di far nuotare i bambini in luoghi presidiati da bagnini, dove personale qualificato può riconoscere rapidamente situazioni di pericolo e avviare i soccorsi. Tuttavia, la presenza del bagnino non deve mai sostituire la vigilanza di genitori e accompagnatori, soprattutto quando i bambini hanno scarse abilità natatorie.
Un adulto incaricato solo della sorveglianza
Una delle regole principali riguarda la sorveglianza. Ogni volta che bambini piccoli si trovano in acqua o nelle sue vicinanze, deve essere incaricata una persona specifica di controllarli.
“L’unico compito di questa persona è tenere d’occhio i bambini: non deve allontanarsi per parlare con gli amici né distrarsi guardando il telefono”, raccomandano Mazzone e Giannattasio. Il rischio aumenta quando sono presenti più adulti e ciascuno dà per scontato che qualcun altro stia vigilando. Una comunicazione chiara su chi sia responsabile della sorveglianza può prevenire mancanze fatali. Per i bambini piccoli, la supervisione deve essere attenta e costante: basta una breve distrazione perché un bambino si allontani verso una piscina o uno specchio d’acqua, finendo fuori dalla vista di chi lo sorveglia.
Piscine residenziali: recinzioni su quattro lati
Una misura fondamentale riguarda le piscine residenziali. Secondo le raccomandazioni dei pediatri, ogni piscina privata dovrebbe essere protetta da una recinzione su quattro lati, capace di separarla completamente dall’abitazione e dal giardino.
La recinzione dovrebbe avere un cancello a chiusura e bloccaggio automatici ed essere alta almeno 1,2 metri. Numerose ricerche hanno dimostrato che questo tipo di barriera rappresenta uno dei metodi più efficaci per impedire ai bambini piccoli di accedere alla piscina senza supervisione.
Giubbotti di salvataggio in barca e negli specchi d’acqua naturali
I pediatri raccomandano di far indossare ai bambini giubbotti di salvataggio della misura corretta e approvati dalla Capitaneria di Porto ogni volta che si trovano in barca o nuotano in laghi, fiumi o altri specchi d’acqua naturali.
Gli ambienti naturali possono essere imprevedibili, anche per chi sa nuotare. Correnti, variazioni improvvise di profondità, ostacoli sommersi e condizioni meteo variabili rendono necessarie precauzioni supplementari. I bambini piccoli annegano più spesso nelle piscine residenziali, mentre gli adolescenti sono più esposti al rischio negli specchi d’acqua naturali.
Lezioni di nuoto entro i 4 anni
La Confederazione Italiana Pediatri raccomanda che la maggior parte dei bambini inizi a imparare a nuotare entro i 4 anni di età. Le lezioni possono iniziare anche prima, in particolare per le famiglie che possiedono una piscina in casa, vivono vicino a stagni o laghi, oppure utilizzano regolarmente imbarcazioni.
Uno studio recente ha dimostrato che lezioni di nuoto strutturate possono ridurre in modo significativo il rischio di annegamento tra i bambini piccoli. Queste attività insegnano competenze fondamentali per la sicurezza in acqua e aumentano la fiducia, ma non eliminano il rischio: la sorveglianza resta sempre necessaria.
Mare, laghi e fiumi: attenzione a correnti e condizioni locali
Nuotare dove è presente un servizio di salvataggio resta sempre più sicuro. Prima di entrare in acqua, i pediatri consigliano di chiedere ai bagnini informazioni sui pericoli locali, come correnti, maree, qualità dell’acqua o altre condizioni che potrebbero rendere pericoloso il bagno.
È importante prestare attenzione alle previsioni meteo e rispettare sempre le bandiere di segnalazione. Per gli adolescenti vale una raccomandazione ulteriore: non nuotare mai da soli. Questa indicazione è particolarmente importante perché i ragazzi possono sopravvalutare le proprie capacità natatorie o assumere comportamenti rischiosi. Mai nuotare, inoltre, dopo aver assunto alcol, marijuana o altre sostanze che possono compromettere riflessi e capacità di reazione.
Braccioli e salvagenti non sostituiscono la sorveglianza
Alcuni prodotti in commercio possono offrire un livello aggiuntivo di protezione, ma nessuno deve essere considerato un sostituto della sorveglianza o delle barriere fisiche. Gli allarmi a immersione indossabili e quelli per piscine possono avvisare chi si prende cura del bambino una volta che il piccolo è entrato in acqua, ma non impediscono l’accesso alla piscina.
Allo stesso modo, braccioli gonfiabili, salvagenti, tubi galleggianti e altri dispositivi ludici sono giocattoli, non attrezzature di salvataggio. I bambini che li utilizzano devono essere comunque sorvegliati in modo costante e non devono mai essere lasciati incustoditi in acqua o nelle vicinanze.
Cosa fare in caso di annegamento
In caso di annegamento, la prima cosa da fare è estrarre il bambino dall’acqua, ma solo se è possibile farlo in sicurezza. Chi non è un soccorritore addestrato deve evitare di esporsi a pericoli.
È necessario chiamare immediatamente il 112, oppure incaricare qualcun altro di farlo mentre sono in corso le operazioni di soccorso. Una volta che il bambino è fuori dall’acqua, bisogna verificare se respira e se ha battito cardiaco. In caso contrario, occorre iniziare subito la rianimazione cardiopolmonare e proseguire fino all’arrivo del personale medico di emergenza. “In caso di annegamento, ogni minuto trascorso senza ossigeno aumenta il rischio di danni cerebrali permanenti o di morte”, ricordano i pediatri.
La Confederazione Italiana Pediatri incoraggia genitori, nonni, addetti all’assistenza all’infanzia, istruttori di nuoto e chiunque sorvegli regolarmente bambini vicino all’acqua a imparare la rianimazione cardiopolmonare.
I corsi di RCP e di primo soccorso per neonati, bambini e adulti possono fornire competenze decisive in caso di emergenza. “Si spera sempre di non dover mai mettere in pratica queste competenze, ma in caso di emergenza potresti essere proprio tu a salvare la vita a qualcuno”, sottolineano Mazzone e Giannattasio.