Un nuovo studio ha analizzato oltre 1.300 persone, mostrando che una scarsa qualità del sonno modifica la connettività cerebrale in modo diverso a seconda dell'età e del sesso
Dormire male non ha lo stesso impatto sul cervello a tutte le età. Nei giovani sembra prevalere uno stato di “iperattivazione”, come se l’organismo non fosse ancora realmente pronto ad addormentarsi. Negli anziani, invece, la scarsa qualità del sonno si associa a un’alterazione più ampia dei sistemi cerebrali che regolano il riposo. E nelle donne over 65 emergono modificazioni della connettività tra alcune reti neuronali coinvolte nella memoria e nell’attenzione che ricordano quelle osservate nelle fasi iniziali, ancora silenti, della malattia di Alzheimer. È quanto emerge da uno studio coordinato dalla Binghamton University, State University of New York, pubblicato sulla rivista Neurobiology of Aging.
Oltre 1.300 persone coinvolte nello studio
I ricercatori hanno analizzato la connettività funzionale cerebrale a riposo di due gruppi indipendenti di partecipanti, per un totale di 1.339 persone (95 nel primo campione e 1.244 nel secondo), valutando contemporaneamente la qualità soggettiva del sonno attraverso il Pittsburgh Sleep Quality Index (PSQI). L’obiettivo era capire se età e sesso modificassero il rapporto tra qualità del sonno e funzionamento delle principali reti cerebrali coinvolte nei processi cognitivi e nella regolazione dello stato di vigilanza. “Abbiamo scoperto che il cervello di una persona anziana che dorme poco sembra soffrire di un malfunzionamento generale dei suoi sistemi di regolazione del sonno”, spiega il coautore dello studio, Ian McDonough.
Nei giovani prevale l’iperattivazione
Secondo gli autori, nei giovani adulti una cattiva qualità del sonno si associa a un aumento della connettività tra la rete della salienza (Salience Network) e la rete sensori-motoria. Si tratta di un risultato coerente con la cosiddetta ipotesi dell’iperattivazione (“hyperarousal”), secondo cui il cervello rimane in uno stato di eccessiva attivazione fisiologica e cognitiva che rende più difficile addormentarsi e mantenere un sonno continuo. In pratica, spiegano i ricercatori, il cervello continua a comportarsi come se il corpo non fosse ancora pronto per il riposo.
Negli anziani il meccanismo cambia
Con l’avanzare dell’età, però, il quadro si modifica. Negli adulti più anziani la stessa rete cerebrale mostra infatti una riduzione della connettività, suggerendo che i disturbi del sonno non siano più spiegati principalmente dall’iperattivazione, ma possano dipendere da alterazioni dei sistemi che regolano il ritmo sonno-veglia, i meccanismi omeostatici e i processi neurobiologici dell’invecchiamento. Per gli autori, questo risultato indica che i meccanismi alla base dell’insonnia e della scarsa qualità del sonno non sono identici durante tutto l’arco della vita.
Nelle donne anziane un pattern simile a quello osservato nelle fasi precliniche dell’Alzheimer
Il dato più interessante riguarda però le donne anziane. Le partecipanti con una peggiore qualità del sonno presentavano infatti una marcata iperconnettività tra la Default Mode Network (DMN), coinvolta nei processi di memoria e nei pensieri rivolti verso l’interno, e la Frontal Parietal Network (FPN), fondamentale per l’attenzione e la memoria di lavoro. Questa alterazione risultava associata a prestazioni peggiori nei test di memoria episodica. Secondo gli autori, il pattern osservato ricorda quello descritto nelle fasi precliniche della malattia di Alzheimer, quando sono già presenti modificazioni funzionali del cervello ma non si manifestano ancora i sintomi della demenza.
Lo studio non dimostra che dormire male provochi l’Alzheimer
I ricercatori invitano tuttavia alla cautela nell’interpretazione dei risultati. Lo studio non dimostra che la scarsa qualità del sonno provochi la malattia di Alzheimer né che le alterazioni della connettività cerebrale rappresentino necessariamente l’inizio di un processo neurodegenerativo. Rimane infatti aperto quello che gli stessi autori definiscono il classico dilemma “dell’uovo e della gallina”: sono le alterazioni delle connessioni cerebrali a favorire i disturbi del sonno oppure è il sonno insufficiente, mantenuto nel tempo, a modificare progressivamente il funzionamento delle reti neurali? Anche fenomeni come la ruminazione mentale, spesso associata ad ansia e depressione, o l’adattamento fisiologico ai disturbi del sonno potrebbero contribuire a spiegare le differenze osservate tra giovani e anziani.
Serviranno studi longitudinali
Un altro elemento emerso dalla ricerca è l’assenza di associazioni significative tra qualità del sonno e biomarcatori ematici della malattia di Alzheimer, dell’infiammazione o degli ormoni sessuali. Per questo motivo gli autori ritengono necessari studi longitudinali che seguano i partecipanti nel tempo, così da chiarire se le alterazioni della connettività cerebrale rappresentino una conseguenza del sonno insufficiente oppure un fattore che predispone ai disturbi del sonno e, nel lungo periodo, al declino cognitivo. Per ora, la ricerca rafforza un messaggio già noto: la qualità del sonno è strettamente legata alla salute del cervello, ma i suoi effetti cambiano con l’età e sembrano essere particolarmente rilevanti nelle donne anziane.
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