Le donne con abitudini serali tendono a concentrare il cibo nelle ore tarde, assumere meno fibre e micronutrienti e presentare più grasso corporeo e valori metabolici peggiori.
Le donne con un cronotipo serale tendono a mangiare più tardi, scegliere alimenti meno nutrienti e presentare una maggiore quantità di grasso corporeo, soprattutto nella zona addominale. È quanto emerge da uno studio pubblicato su Frontiers in Nutrition, che ha analizzato il rapporto tra preferenze individuali per gli orari di sonno, distribuzione dei pasti, composizione corporea e biomarcatori metabolici.
La ricerca ha coinvolto 287 donne sane residenti ad Auckland, in Nuova Zelanda: 130 di origine pacifica e 157 di origine europea, con un’età compresa tra 18 e 45 anni. Il cronotipo è stato determinato attraverso il Munich Chronotype Questionnaire, che ha permesso di classificare le partecipanti come mattutine, intermedie o serali in base ai ritmi abituali di sonno e veglia. Per cinque giorni non consecutivi, tre feriali e due festivi, le donne hanno registrato tutto ciò che mangiavano e bevevano. Dietologi qualificati hanno poi verificato quantità e porzioni.
La composizione corporea è stata valutata mediante densitometria DXA, mentre gli esami del sangue hanno misurato glicemia, colesterolo, trigliceridi, insulina e ormoni coinvolti nella regolazione dell’appetito e del metabolismo dei grassi. Le donne con cronotipo serale hanno mostrato, nel complesso, profili nutrizionali e metabolici meno favorevoli rispetto alle partecipanti mattutine e intermedie.
Pasti più tardivi e qualità nutrizionale peggiore
Le partecipanti con cronotipo serale concentravano una quota maggiore dell’energia nelle ore tarde della giornata, consumavano poco al mattino e tendevano a scegliere meno alimenti ricchi di fibre, vitamine e minerali. Pur assumendo quantità di calorie e macronutrienti simili agli altri gruppi, mostravano una qualità nutrizionale meno favorevole. Questo dato suggerisce che non conta soltanto quanto si mangia, ma anche quando e con quale distribuzione nell’arco della giornata. I pasti, infatti, agiscono come segnali per l’orologio biologico e possono influenzare il metabolismo. Le donne nottambule presentavano inoltre un indice di massa corporea mediamente più elevato e una percentuale maggiore di grasso corporeo. L’uso della DXA ha consentito di superare i limiti del solo BMI, distinguendo meglio tra massa muscolare e massa grassa, un aspetto importante nelle popolazioni con caratteristiche corporee differenti, come le donne neozelandesi di origine pacifica. La concentrazione del cibo nelle ore serali risultava associata a esiti corporei peggiori.
Biomarcatori meno favorevoli e necessità di studi mirati
Il cronotipo serale è risultato associato anche a una distribuzione del grasso potenzialmente più rischiosa. Le donne appartenenti a questo gruppo presentavano un rapporto androide-ginoide più elevato, segno di una maggiore concentrazione di tessuto adiposo nell’area addominale rispetto ai fianchi. L’accumulo di grasso viscerale è considerato più problematico rispetto a quello periferico perché si collega più facilmente a insulino-resistenza, alterazioni lipidiche e maggiore rischio cardiometabolico.
Anche gli esami ematici hanno evidenziato differenze rilevanti: le partecipanti con cronotipo notturno avevano livelli più alti di insulina e trigliceridi e valori più bassi di colesterolo HDL, comunemente definito “colesterolo buono”. Mostravano inoltre concentrazioni maggiori di leptina, ormone prodotto dal tessuto adiposo, e livelli inferiori di grelina, coinvolta nella regolazione della fame. Nel complesso, quasi tutti gli indicatori misurati risultavano meno favorevoli rispetto a quelli osservati nelle donne mattutine o intermedie. Gli autori sottolineano però che lo studio è osservazionale e non dimostra che il cronotipo serale provochi direttamente obesità o disturbi metabolici. È possibile che intervengano altri fattori, come stile di vita, attività fisica, lavoro, qualità del sonno e disponibilità di cibi nelle ore serali. Serviranno quindi ulteriori ricerche, soprattutto in popolazioni etnicamente diverse, per chiarire il ruolo della crono-nutrizione e valutare interventi personalizzati. L’obiettivo non sarebbe obbligare i nottambuli a trasformarsi in persone mattiniere, ma aiutarli a distribuire meglio i pasti, migliorare la qualità della dieta e ridurre l’assunzione calorica nelle ore più tarde. Un simile approccio potrebbe rispettare le preferenze biologiche individuali senza considerarle automaticamente comportamenti sbagliati. Programmi nutrizionali costruiti sugli orari reali di sonno e attività potrebbero favorire pasti più regolari, una colazione più sostanziosa e una minore esposizione alimentare notturna. Prima di tradurre i risultati in raccomandazioni cliniche, saranno necessari studi longitudinali e sperimentali capaci di verificare se modificare la tempistica dei pasti migliori realmente peso, composizione corporea e parametri metabolici.
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