Uno dei più ampi studi mai condotti sull'esposizione chimica in gravidanza ha rilevato la presenza di decine di sostanze potenzialmente nocive nei campioni urinari di oltre 5mila donne: ftalati, plastificanti alternativi e idrocarburi policiclici aromatici
Non si vedono, non se ne percepisce il sapore e spesso non compaiono nemmeno in modo evidente sulle etichette. Eppure, accompagnano la vita quotidiana di milioni di persone, comprese le donne in gravidanza. Si trovano negli imballaggi alimentari, nei cosmetici, nei prodotti per l’igiene personale, nella polvere domestica, nell’acqua e perfino nell’aria che respiriamo. Un nuovo studio pubblicato su JAMA Network Open accende i riflettori proprio su questa esposizione silenziosa. Analizzando i campioni urinari di oltre 5.300 donne in gravidanza negli Stati Uniti, i ricercatori hanno individuato 113 sostanze chimiche appartenenti a 10 diverse classi, rilevando in media 45 composti per ogni partecipante e arrivando a registrare fino a 64 sostanze differenti in un singolo campione. Il dato più preoccupante riguarda però le possibili conseguenze sulla salute del nascituro. Molte delle sostanze analizzate sono risultate associate a una minore durata della gravidanza o a un peso inferiore alla nascita, due fattori che possono influenzare la salute del bambino anche negli anni successivi.
I ftalati sotto accusa
Tra i principali imputati figurano i ftalati e i plastificanti alternativi, sostanze utilizzate per rendere più flessibili le materie plastiche e presenti in numerosi prodotti di consumo. Lo studio, realizzato nell’ambito del programma statunitense Environmental Influences on Child Health Outcomes (ECHO), ha evidenziato che diverse molecole appartenenti a questa categoria sono associate a una riduzione dell’età gestazionale e a un aumento del rischio di parto prematuro. Anche il peso alla nascita sembra risentire dell’esposizione. I ricercatori hanno osservato che concentrazioni più elevate di ftalati, plastificanti sostitutivi e idrocarburi policiclici aromatici (IPA) sono correlate a valori inferiori del peso corretto per età gestazionale. “Molte di queste sostanze sono difficili da evitare perché si trovano in una vasta gamma di prodotti che utilizziamo quotidianamente – spiega Jessie Buckley, epidemiologa della Gillings School of Global Public Health dell’Università della North Carolina e prima autrice dello studio -. Anche quando sappiamo che sono presenti, abbiamo spesso un controllo limitato sull’esposizione”.
Quando anche i sostituti diventano un problema
Uno degli aspetti più interessanti emersi dalla ricerca riguarda le sostanze introdotte negli ultimi anni per sostituire composti già considerati problematici. I ricercatori hanno osservato che alcuni plastificanti alternativi, sviluppati proprio per prendere il posto dei ftalati tradizionali, mostrano effetti simili a quelli delle sostanze che avrebbero dovuto rimpiazzare. Un fenomeno che gli esperti definiscono spesso “sostituzione tossica”: un composto viene eliminato dal mercato per ragioni di sicurezza e sostituito con un altro che, dopo alcuni anni, si rivela potenzialmente dannoso. Lo studio ha infatti individuato associazioni tra alcuni di questi nuovi plastificanti e una minore durata della gravidanza o un ridotto peso alla nascita.
Non solo plastica: attenzione anche all’inquinamento
Tra le sostanze associate agli esiti peggiori della gravidanza figurano anche gli idrocarburi policiclici aromatici, composti che derivano dalla combustione di carburanti, legna, carbone e altre fonti energetiche. Queste sostanze possono essere presenti nell’aria urbana, nel traffico veicolare, nel fumo e in alcuni alimenti cotti ad alte temperature. Anche alcuni fenoli alogenati e altre sostanze chimiche meno studiate sono risultati associati a un minor peso del neonato, suggerendo la necessità di ampliare ulteriormente la ricerca su composti che finora hanno ricevuto minore attenzione rispetto ai contaminanti più noti.
Perché pochi grammi possono fare la differenza
Gli autori sottolineano che le differenze osservate nello studio possono apparire modeste a livello individuale. Tuttavia, quando l’esposizione coinvolge milioni di persone, anche piccoli cambiamenti nell’età gestazionale o nel peso alla nascita possono tradursi in un numero maggiore di bambini che nascono prematuri o sottopeso. Si tratta di condizioni associate a un aumento del rischio di complicanze neonatali e, in alcuni casi, di problemi di salute che possono manifestarsi nel corso della crescita. “Anche variazioni relativamente piccole del peso alla nascita o della durata della gravidanza possono avere conseguenze importanti sulla salute dei bambini”, osserva Buckley.
L’appello a governi e aziende
Per gli autori dello studio, il peso della prevenzione non può ricadere esclusivamente sulle future mamme. “Le donne in gravidanza sono esposte a sostanze chimiche provenienti da molteplici fonti, molte delle quali fuori dal loro controllo”, evidenzia Tracey Woodruff, epidemiologa della Stanford University e autrice senior del lavoro. Secondo i ricercatori, le misure individuali possono aiutare a ridurre alcune esposizioni, ma non rappresentano una soluzione sufficiente. Per questo chiedono politiche più rigorose sulla sicurezza chimica e una maggiore attenzione nella valutazione delle sostanze introdotte sul mercato come alternative a quelle già considerate problematiche. “L’approccio più efficace è ridurre le sostanze nocive alla fonte”, conclude Buckley. Un obiettivo che richiede il coinvolgimento delle istituzioni, dell’industria e degli organismi di controllo.
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