Lo suggerisce uno studio pubblicato su Nature Immunology, che ha osservato una maggiore produzione di anticorpi e cellule della memoria capaci di riconoscere ceppi influenzali diversi e lontani nel tempo
Ogni anno il virus dell’influenza cambia volto. Le continue mutazioni che ne caratterizzano l’evoluzione costringono gli esperti a prevedere con mesi di anticipo quali ceppi saranno predominanti nella stagione successiva, così da aggiornare la composizione dei vaccini. Non sempre, però, le previsioni coincidono perfettamente con quanto accade nella realtà. Quando il virus circolante differisce da quello incluso nel vaccino, l’efficacia della protezione può ridursi in modo significativo. È proprio questa una delle principali sfide della vaccinazione antinfluenzale. Un nuovo studio pubblicato sulla rivista Nature Immunology suggerisce che la tecnologia mRNA potrebbe contribuire a superare almeno in parte questo limite, inducendo una risposta immunitaria più ampia e capace di riconoscere un maggior numero di varianti virali.
Lo studio su 75 adulti
La ricerca, coordinata da Ali Ellebedy della Washington University School of Medicine di St. Louis, ha coinvolto 75 adulti sani tra i 20 e i 50 anni durante due stagioni influenzali consecutive, tra il 2022 e il 2024. Trentotto partecipanti hanno ricevuto il vaccino sperimentale con tecnologia mRNA, mentre 37 sono stati vaccinati con un vaccino antinfluenzale convenzionale a virus inattivato. Entrambi i preparati erano diretti contro gli stessi ceppi raccomandati dall’Organizzazione mondiale della sanità. Attraverso analisi del sangue e campionamenti dei linfonodi, i ricercatori hanno confrontato nel tempo la risposta immunitaria indotta dalle due strategie vaccinali.
Più anticorpi e più cellule della memoria
I risultati mostrano che il vaccino a mRNA ha stimolato una produzione più elevata di anticorpi contro i virus influenzali A/H1N1 e A/H3N2 rispetto al vaccino tradizionale. Non solo. Nei soggetti vaccinati con mRNA è stato osservato anche un aumento delle cellule B della memoria, protagoniste della cosiddetta memoria immunologica. Queste cellule rappresentano una sorta di archivio biologico delle infezioni e delle vaccinazioni passate. Quando incontrano nuovamente il virus, sono in grado di attivarsi rapidamente e produrre anticorpi specifici, contribuendo a limitare la malattia. Secondo gli autori, il vaccino a mRNA non si limiterebbe quindi a rafforzare le difese già esistenti, ma favorirebbe la creazione di un repertorio immunitario più ricco e diversificato.
Il ruolo dei centri germinativi
Uno degli aspetti più interessanti emersi dallo studio riguarda i cosiddetti centri germinativi, strutture presenti nei linfonodi dove le cellule B affinano progressivamente la propria capacità di riconoscere gli agenti patogeni. Nei partecipanti vaccinati con mRNA, queste strutture sono rimaste attive per un periodo particolarmente lungo. In cinque dei tredici volontari sottoposti alle analisi più approfondite, la risposta immunitaria nei centri germinativi è risultata ancora presente dopo 26 settimane dalla vaccinazione. Un fenomeno che non è stato osservato nei soggetti vaccinati con il preparato tradizionale. Per gli immunologi questo dato è particolarmente rilevante perché una risposta protratta nel tempo consente alle cellule immunitarie di perfezionare ulteriormente gli anticorpi prodotti, aumentando la loro capacità di riconoscere varianti diverse dello stesso virus.
Una protezione potenzialmente più ampia
Analizzando gli anticorpi presenti nel sangue dei partecipanti, gli autori hanno osservato che quelli generati dal vaccino mRNA erano in grado di legarsi non solo ai ceppi contenuti nel vaccino, ma anche a numerose varianti influenzali emerse nel corso degli ultimi decenni. In altre parole, il sistema immunitario sembrava aver sviluppato una capacità di riconoscimento più estesa rispetto a quella indotta dal vaccino convenzionale. Secondo Ali Ellebedy, questa caratteristica potrebbe rappresentare un passo importante verso vaccini in grado di mantenere una buona efficacia anche quando il virus evolve rapidamente e i ceppi circolanti non corrispondono perfettamente a quelli previsti.
Verso il primo vaccino antinfluenzale a mRNA
Il vaccino a mRNA oggetto dello studio è attualmente all’esame della Food and Drug Administration statunitense. Se dovesse ottenere l’autorizzazione, diventerebbe il primo vaccino antinfluenzale basato sulla stessa tecnologia che ha reso possibili i vaccini contro il Covid-19. Gli autori invitano comunque alla prudenza. Lo studio ha valutato soprattutto i meccanismi immunologici alla base della risposta vaccinale e non è stato progettato per misurare direttamente la riduzione dei casi di influenza o dei ricoveri. I risultati, tuttavia, indicano che la tecnologia mRNA potrebbe offrire nuovi strumenti per affrontare uno dei virus più mutevoli e imprevedibili conosciuti, con l’obiettivo di rendere la protezione antinfluenzale più ampia, flessibile e duratura nel tempo.
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