A preoccupare l’Unicef sono le condizioni di estrema vulnerabilità dell'infanzia in una regione segnata da conflitti, malnutrizione e scarso accesso alle vaccinazioni
L’epidemia di Ebola che sta colpendo l’est della Repubblica Democratica del Congo continua a destare forte preoccupazione tra le organizzazioni internazionali. A lanciare l’allarme è l’Unicef, secondo cui nelle prossime settimane potrebbe aumentare il numero di bambini coinvolti dall’infezione, con conseguenze potenzialmente gravi in una popolazione già fortemente vulnerabile. A richiamare l’attenzione sulla situazione è Douglas Noble, responsabile globale dell’Unicef per le emergenze sanitarie pubbliche e coordinatore internazionale per la risposta all’Ebola, appena rientrato da Bunia, città dell’Ituri che rappresenta l’epicentro dell’epidemia. In una nota diffusa dall’agenzia delle Nazioni Unite, Noble descrive una realtà segnata da anni di conflitti armati, sfollamenti continui e strutture sanitarie spesso prive delle risorse necessarie per affrontare un’emergenza di questa portata.
Oltre 670 casi confermati e 136 decessi
Secondo gli ultimi dati disponibili, aggiornati all’11 giugno, nella Repubblica Democratica del Congo sono stati confermati 676 casi di Ebola e 136 decessi. L’epidemia, causata dal ceppo Bundibugyo del virus, si è progressivamente estesa in numerose zone sanitarie delle province orientali del Paese, interessando in particolare l’Ituri, ma anche il Nord Kivu e il Sud Kivu. Nel vicino Uganda sono stati registrati 19 casi confermati e due morti. Gli esperti sottolineano come la maggior parte delle infezioni abbia finora riguardato adulti in età lavorativa. Tuttavia, con l’espansione dell’epidemia cresce il rischio che la trasmissione si sposti sempre più all’interno delle famiglie. “Con l’evoluzione dell’epidemia dobbiamo prepararci a una maggiore trasmissione domestica, il che significa che nei prossimi giorni potremmo vedere un numero crescente di bambini colpiti”, avverte Noble.
Bambini già fragili per malnutrizione e mancata vaccinazione
La preoccupazione dell’Unicef nasce anche dalle condizioni sanitarie della popolazione infantile dell’Ituri. Più della metà dei bambini sotto i cinque anni soffre di malnutrizione cronica e oltre uno su cinque non ha mai ricevuto nemmeno la prima dose dei vaccini di base contro difterite, tetano e pertosse. Una situazione che riflette le difficoltà di accesso ai servizi sanitari in un territorio segnato da anni di instabilità. Le precedenti epidemie di Ebola nella regione hanno mostrato quanto i più piccoli possano essere esposti alle conseguenze dell’infezione. I bambini hanno rappresentato una quota significativa dei casi e una percentuale ancora più elevata dei decessi, soprattutto nelle fasce di età più basse. Molti sono inoltre rimasti orfani o separati dai propri familiari a causa della malattia.
Sintomi difficili da distinguere da altre malattie
Un ulteriore elemento di criticità riguarda la diagnosi precoce. Nei bambini i primi sintomi dell’Ebola – febbre, diarrea, vomito, stanchezza e perdita dell’appetito – possono essere facilmente confusi con quelli di altre malattie molto diffuse nella regione, come la malaria. Questo rischio di sottovalutazione può ritardare l’identificazione dei casi e favorire la diffusione del virus all’interno delle comunità. Inoltre, per il ceppo Bundibugyo non esistono attualmente vaccini approvati né trattamenti specifici, rendendo ancora più importante il ricorso a misure di prevenzione, sorveglianza e controllo delle infezioni.
La paura allontana le famiglie dagli ospedali
Durante la visita all’ospedale di Rwampara, a Bunia, gli operatori sanitari hanno raccontato all’Unicef un fenomeno particolarmente preoccupante: molte persone stanno evitando di recarsi nelle strutture sanitarie per paura di contrarre il virus. Una conseguenza indiretta dell’epidemia che rischia di aggravare ulteriormente la situazione sanitaria. Quando le famiglie rinunciano alle cure, infatti, i bambini saltano le vaccinazioni di routine e malattie curabili rischiano di non essere trattate tempestivamente.
Fiducia e informazione restano le armi principali
Secondo l’Unicef, il contrasto all’epidemia passa non soltanto attraverso la risposta sanitaria, ma anche attraverso il coinvolgimento delle comunità locali. Un recente sondaggio condotto dall’organizzazione tra circa 50 mila giovani congolesi ha mostrato che due terzi degli intervistati non conoscono le modalità di trasmissione del virus né le misure per proteggersi. Circa un giovane su cinque non ritiene reale la malattia e quasi un terzo non accetterebbe il ritorno di un sopravvissuto nella propria comunità. Per questo l’Unicef sta rafforzando le attività di informazione e sensibilizzazione sul territorio. L’organizzazione ha già distribuito aiuti umanitari, formato oltre 1.600 operatori comunitari e raggiunto più di 160 mila famiglie nelle aree colpite. Tra le iniziative previste figurano anche spazi protetti per accogliere i bambini i cui genitori sono ricoverati nei centri di trattamento Ebola. L’obiettivo è contenere la diffusione del virus prima che l’impatto sull’infanzia diventi ancora più pesante in una delle regioni più fragili dell’Africa centrale.
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