Secondo un nuovo rapporto della FAO, l'uso globale di antimicrobici negli allevamenti potrebbe crescere di quasi un terzo entro il 2040. A preoccupare è soprattutto l'impatto della resistenza antimicrobica
La domanda mondiale di carne, latte e altri alimenti di origine animale continua a crescere e con essa aumenta anche il ricorso agli antimicrobici negli allevamenti. Se non saranno adottate misure correttive, entro il 2040 il consumo globale di questi farmaci potrebbe aumentare del 30% rispetto ai livelli registrati nel 2019, passando da 110.777 a 143.481 tonnellate l’anno. È quanto emerge dal rapporto della FAO “The Future of Antimicrobial Use in Livestock – The Economic Cost of Action or Inaction“, presentato al Sottocomitato per la Zootecnia del Comitato per l’Agricoltura dell’agenzia delle Nazioni Unite. Secondo gli autori, il fenomeno rischia di accelerare ulteriormente la diffusione della resistenza antimicrobica (AMR), una delle principali minacce per la salute pubblica globale, con conseguenze che vanno ben oltre il settore zootecnico e coinvolgono sicurezza alimentare, economia e sostenibilità dei sistemi sanitari.
Il peso crescente della resistenza antimicrobica
Gli antimicrobici hanno svolto un ruolo fondamentale nello sviluppo dell’allevamento moderno, contribuendo a ridurre le malattie negli animali e a migliorare le performance produttive. Tuttavia il loro impiego eccessivo o inappropriato favorisce la comparsa di microrganismi resistenti ai trattamenti, riducendo progressivamente l’efficacia dei farmaci disponibili. La FAO sottolinea come il problema debba essere affrontato secondo l’approccio One Health, che considera strettamente interconnesse la salute umana, quella animale e quella ambientale. Le scelte compiute negli allevamenti, infatti, possono avere ripercussioni sull’intera società e sulle economie nazionali.
Asia e Pacifico concentreranno quasi due terzi dei consumi
Le proiezioni indicano che l’Asia e il Pacifico continueranno a rappresentare l’area con il maggiore utilizzo di antimicrobici negli allevamenti, arrivando a concentrare circa il 65% del consumo globale entro il 2040. Seguirà il Sud America con circa il 19%, mentre l’Africa, pur mantenendo volumi inferiori, registrerà uno dei tassi di crescita più elevati a causa della rapida espansione delle produzioni zootecniche. Parallelamente, la produzione mondiale di alimenti di origine animale dovrebbe aumentare del 23% entro il 2040, trainata soprattutto dal comparto avicolo e lattiero-caseario.
Ridurre l’intensità d’uso senza compromettere la produzione
Secondo il rapporto, la strategia più efficace non consiste nel limitare la crescita della produzione animale, ma nel ridurre l’intensità d’uso degli antimicrobici, ovvero la quantità di farmaco impiegata per unità di prodotto ottenuto. Le simulazioni mostrano che una riduzione del 50% dell’intensità d’uso, ottenuta attraverso migliori pratiche di gestione sanitaria e produttiva, consentirebbe di dimezzare il consumo complessivo di antimicrobici pur mantenendo la crescita della produzione. Per raggiungere questo obiettivo saranno necessari investimenti in vaccinazioni, biosicurezza, assistenza veterinaria, innovazione tecnologica e formazione degli allevatori.
Il dilemma dei promotori della crescita
Una parte importante dell’analisi riguarda gli antimicrobici utilizzati come promotori della crescita. La revisione di 95 studi internazionali conferma che questi farmaci determinano benefici produttivi misurabili, in particolare nei suini, ma anche nei polli e nei bovini, migliorando la crescita degli animali e l’efficienza alimentare. I vantaggi risultano particolarmente evidenti negli allevamenti caratterizzati da livelli più bassi di biosicurezza e da servizi veterinari meno sviluppati. Tuttavia, avverte la FAO, questi benefici immediati devono essere confrontati con i costi economici e sanitari derivanti dalla diffusione della resistenza antimicrobica.
L’inazione costerà sei volte di più
Il rapporto mette a confronto due possibili scenari: l’eliminazione graduale degli antimicrobici impiegati come promotori della crescita e il progressivo aggravarsi della resistenza antimicrobica. Nel caso più severo di eliminazione degli antibiotici promotori della crescita, le perdite cumulative di produzione arriverebbero a circa 22 milioni di tonnellate entro il 2040. Nello scenario caratterizzato da una forte diffusione della resistenza antimicrobica, invece, le perdite raggiungerebbero circa 150 milioni di tonnellate. Anche il confronto economico evidenzia differenze significative. Le perdite cumulative stimate tra il 2023 e il 2040 ammontano a circa 53 miliardi di dollari nello scenario di eliminazione degli antibiotici promotori della crescita, contro 318 miliardi di dollari nello scenario di forte impatto della resistenza antimicrobica.
Oltre 1.250 miliardi di dollari di perdite per l’economia globale
Le conseguenze non riguardano soltanto gli allevamenti. La riduzione della produttività si rifletterebbe sull’intera economia attraverso minori redditi, consumi più bassi e ripercussioni sulle filiere collegate. Secondo le stime della FAO, nello scenario peggiore la resistenza antimicrobica potrebbe determinare perdite cumulative di benessere economico pari a circa 1.250 miliardi di dollari tra il 2025 e il 2040. Nello scenario di eliminazione degli antibiotici promotori della crescita, invece, le perdite si fermerebbero a circa 80 miliardi di dollari. Per accompagnare il cambiamento e sostenere gli allevatori durante la transizione, sarebbero necessari investimenti iniziali pari ad almeno 28,4 miliardi di dollari a livello globale.
Gli antibiotici come bene pubblico globale
La conclusione del rapporto è netta: preservare l’efficacia degli antimicrobici dovrebbe diventare una priorità globale. La FAO propone di considerarla un vero e proprio bene pubblico mondiale, al pari di altri grandi obiettivi collettivi come la tutela del clima o della biodiversità. Per raggiungere questo traguardo serviranno politiche coordinate a livello internazionale, incentivi economici adeguati, sistemi di sorveglianza più efficaci e investimenti strutturali che consentano agli allevatori di adottare alternative sostenibili, come vaccinazioni, biosicurezza, diagnostica precoce e migliori pratiche di allevamento. Secondo gli esperti, il vero ostacolo non è la mancanza di soluzioni tecniche, ma la difficoltà di sostenere oggi i costi di una transizione che produrrà benefici soprattutto nel lungo periodo. Eppure, conclude la FAO, ogni ritardo rischia di rendere la resistenza antimicrobica sempre più costosa e difficile da controllare
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