Salute 29 Maggio 2026 10:10

I bambini leggono le intenzioni negli occhi delle persone, ma non in quelli dei robot

Uno studio coordinato dall'Università Cattolica mostra che già tra i 3 e i 5 anni i bambini sono capaci di cogliere desideri e preferenze attraverso lo sguardo umano, ma non attribuiscono lo stesso significato agli occhi di un robot

di Isabella Faggiano
I bambini leggono le intenzioni negli occhi delle persone, ma non in quelli dei robot

C’è un linguaggio che i bambini imparano molto prima delle parole. È quello degli sguardi. Un linguaggio silenzioso che racconta desideri, intenzioni, preferenze e che i più piccoli sembrano saper interpretare con sorprendente naturalezza già a tre anni. Ma questa capacità non si attiva allo stesso modo quando davanti a loro non c’è una persona, bensì un robot. A mostrarlo è uno studio pubblicato sull’International Journal of Child-Computer Interaction e coordinato da Antonella Marchetti, direttrice del Dipartimento di Psicologia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e del CeRiToM, il Centro di Ricerca sulla Teoria della Mente e le competenze sociali nel ciclo di vita. La ricerca, realizzata insieme a studiosi delle università di Tokyo e Osaka e ai ricercatori Davide Massaro, Cinzia Di Dio e Federico Manzi dell’Università Cattolica, offre uno sguardo nuovo sul modo in cui i bambini costruiscono le proprie relazioni con le tecnologie intelligenti.

Cosa leggono i bambini negli occhi degli altri

Lo studio ha coinvolto 58 bambini italiani tra i 3 e i 5 anni. Ai piccoli partecipanti sono stati mostrati brevi video in cui una persona o un robot umanoide osservavano uno tra due oggetti. Al termine della visione veniva chiesto quale oggetto, secondo loro, fosse preferito dall’agente che lo aveva guardato e quale fosse invece il loro preferito. I risultati raccontano una differenza netta. Quando a guardare era una persona, i bambini tendevano ad attribuirle una preferenza per l’oggetto osservato. In altre parole, interpretavano lo sguardo come un segnale intenzionale, capace di comunicare desideri e interessi. Quando invece lo stesso comportamento era messo in atto dal robot, questa inferenza non si verificava. Secondo i ricercatori, i bambini sembrano quindi considerare lo sguardo umano come un’informazione socialmente significativa, mentre faticano a riconoscere nello sguardo di una macchina lo stesso contenuto comunicativo.

Lo sguardo non cambia i gusti dei bambini

Lo studio ha evidenziato anche un altro aspetto interessante. Pur riuscendo a capire che cosa piace a una persona osservandone lo sguardo, i bambini non modificano per questo le proprie preferenze. Gli autori hanno infatti osservato che lo sguardo, sia umano sia robotico, non influenza in modo significativo le scelte personali dei piccoli partecipanti. Guardare qualcuno che osserva un oggetto aiuta a comprendere che cosa piace all’altro, ma non induce necessariamente a desiderare la stessa cosa. Una distinzione importante, che suggerisce come la comprensione delle intenzioni altrui e la costruzione delle proprie preferenze seguano percorsi differenti già nei primi anni di vita.

Il ruolo degli stati mentali

Un elemento centrale emerso dalla ricerca riguarda la cosiddetta attribuzione degli stati mentali, cioè la capacità di riconoscere negli altri pensieri, emozioni, desideri e intenzioni. I bambini che attribuivano più facilmente stati mentali alla persona riuscivano anche a interpretarne meglio le preferenze attraverso lo sguardo. Lo stesso fenomeno non è stato osservato nel caso del robot. Questo suggerisce che, almeno in età prescolare, la comprensione dello sguardo passa attraverso il riconoscimento dell’altro come soggetto intenzionale, dotato di pensieri e desideri. Una caratteristica che i bambini attribuiscono spontaneamente agli esseri umani molto più che alle macchine.

Le implicazioni per l’intelligenza artificiale

I risultati arrivano in un momento in cui l’intelligenza artificiale è sempre più presente nella vita quotidiana e nei contesti educativi. “Ciò non significa che i robot non possano svolgere un ruolo educativo o sociale – spiega la professoressa Marchetti -. Suggerisce però che non basta imitare in un artefatto robotico un singolo segnale umano, come lo sguardo, per renderlo davvero comunicativo agli occhi di un bambino. Per progettare robot e tecnologie intelligenti per l’infanzia servono interazioni più ricche, naturali e adatte allo sviluppo: fatte di parole, gesti, reciprocità contesto e presenza condivisa. Ciò è rafforzato dal fatto che persino lo sguardo umano, da solo, non è sufficiente a esercitare chiari effetti trasformativi delle preferenze infantili”. Per la studiosa, la ricerca mostra, dunque, come la comunicazione umana non sia riducibile ad a un singolo comportamento osservabile: nasce dall’integrazione di molteplici segnali relazionali.

Una ricerca che guarda anche all’autismo

Le ricadute dello studio potrebbero essere particolarmente importanti nell’ambito dell’autismo, dove l’attenzione condivisa e la lettura dello sguardo rappresentano competenze fondamentali per lo sviluppo sociale e comunicativo. “Questi dati sono particolarmente attuali nel dibattito sull’intelligenza artificiale – continua la docente -. Molte AI oggi parlano, rispondono e suggeriscono, ma i nostri risultati evidenziano che, soprattutto per i bambini, la comunicazione non passa solo dalle parole: contano anche la presenza e il contesto condiviso. In questa prospettiva, un’AI integrata in supporti fisici, la cosiddetta embodied AI che trova nella robotica sociale umanoide una delle sue espressioni più complete, rappresenta una dimensione cruciale per capire come i bambini attribuiscono stati mentali (come intenzioni, credenze, preferenze) anche alle tecnologie”. Proprio da queste evidenze prende avvio il progetto ROBIN (ROBot-based neuropsychomotor INtervention to promote imitation skills in young children with autism spectrum disorder), finanziato dal Ministero della Salute nell’ambito della Ricerca Finalizzata. Il progetto, che partirà a giugno 2026 con il coordinamento della Fondazione Don Carlo Gnocchi e del CeRiToM dell’Università Cattolica, utilizzerà robot umanoidi per favorire lo sviluppo delle capacità di imitazione nei bambini con disturbo dello spettro autistico. L’obiettivo è comprendere sempre meglio in quali condizioni un bambino riesca a interpretare lo sguardo di un robot come un segnale intenzionale e come questa competenza possa diventare uno strumento utile nei percorsi riabilitativi.

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