Salute 28 Maggio 2026 13:12

Dormire otto ore non basta: il ruolo della caffeina nel sonno profondo

La caffeina può ridurre l’attività a onde lente, fondamentale per il recupero fisico e mentale, anche in chi si addormenta senza difficoltà e non ricorda risvegli.

di Arnaldo Iodice
Dormire otto ore non basta: il ruolo della caffeina nel sonno profondo

Dormire otto ore non significa sempre riposare davvero. È questo il punto centrale delle ricerche più recenti sugli effetti della caffeina, che spostano l’attenzione dalla semplice durata del sonno alla sua qualità biologica. Uno studio pubblicato su Nutrients mostra infatti che il caffè, soprattutto se assunto nelle ore serali ma non solo, può modificare l’attività cerebrale durante il riposo anche quando la persona riesce ad addormentarsi e a dormire per un tempo apparentemente adeguato. Gli scienziati utilizzano sempre più spesso l’elettroencefalografia, o EEG, per registrare l’attività elettrica del cervello e capire non solo se una persona dorme, ma come dorme. Come ha spiegato la Prof.ssa Donata Kurpas, dell’Università di Medicina di Breslavia, l’EEG permette di osservare cambiamenti sottili, come la riduzione dell’attività a onde lente, fondamentale per valutare profondità e capacità ristoratrice del sonno.

Quando il sonno sembra normale ma il cervello resta più vicino alla veglia

Il dato più rilevante è che la caffeina non agisce soltanto rendendo più difficile addormentarsi o accorciando la durata complessiva del sonno. In molti casi, il tempo trascorso a letto resta simile, ma cambia la qualità del riposo. Le onde lente, tipiche del sonno profondo, sono tra gli indicatori più importanti della rigenerazione dell’organismo: contribuiscono al recupero fisico, al ripristino delle risorse energetiche e al corretto funzionamento del cervello. Se la caffeina riduce questa attività, il sonno può diventare più superficiale anche senza risvegli percepiti.

“La caffeina può ridurre la durata del sonno o rendere più difficile addormentarsi. Tuttavia, anche quando la durata del sonno appare normale, può ridurre l’attività a onde lente e spostare il tracciato EEG verso uno stato di veglia”, ha spiegato Kurpas.

Questo significa che una persona può avere la sensazione di aver dormito bene, non ricordare risvegli notturni e alzarsi dopo otto ore, mentre le registrazioni neurofisiologiche mostrano un cervello meno immerso nelle fasi più profonde del riposo. È una differenza cruciale, perché il sonno non va misurato solo con l’orologio, ma anche con il livello di recupero che riesce realmente a produrre.

Perché il caffè non ha lo stesso effetto su tutti

La risposta alla caffeina varia molto da persona a persona. Genetica, metabolismo, età, stress, abitudini quotidiane e stanchezza cronica possono influenzare il modo in cui l’organismo smaltisce questa sostanza e il modo in cui il cervello reagisce durante la notte. Per alcuni individui il problema non riguarda soltanto il caffè preso dopo cena: anche la quantità totale di caffeina assunta durante la giornata può pesare sulla qualità del sonno. Come ha osservato Kurpas, per alcune persone conta anche il tempo lasciato al corpo per metabolizzarla prima della sera.

Il rischio del circolo vizioso tra stanchezza, stimolazione e recupero insufficiente

Le implicazioni sono importanti soprattutto per chi usa regolarmente la caffeina come strumento di rendimento: studenti, lavoratori impegnati in attività intellettuali, turnisti, professionisti sotto stress e atleti. Il caffè migliora la vigilanza, attenua la sensazione di fatica e può aiutare a restare concentrati, ma questo beneficio immediato non è sempre gratuito. Gli esperti sottolineano che, in alcuni casi, l’energia percepita durante il giorno può essere ottenuta a scapito della qualità del recupero notturno.

“Se la caffeina aiuta una persona a funzionare durante il giorno peggiorando al contempo la qualità del recupero notturno, si può instaurare un circolo vizioso: maggiore affaticamento, maggiore bisogno di stimolazione e sonno di qualità inferiore”, ha affermato Kurpas. Il rischio è evidente: si beve caffè perché si è stanchi, ma il caffè può rendere il sonno meno rigenerante; il giorno dopo la stanchezza aumenta e cresce di nuovo il bisogno di stimolazione.

Per questo la ricerca moderna sul sonno si sta allontanando da una valutazione basata solo sulle ore dormite. La domanda non è più soltanto “quanto si dorme?”, ma “che cosa accade nel cervello mentre si dorme?”. Da questa prospettiva, la caffeina non va demonizzata, ma nemmeno considerata innocua in assoluto. “La caffeina non è né buona né cattiva. È una sostanza biologicamente attiva i cui effetti dipendono dalla dose, dall’ora del giorno, dall’età, dallo stile di vita, dalla qualità del sonno, dal livello di stress e dalla sensibilità individuale”, ha concluso Kurpas.

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