In Italia gli omicidi commessi da minorenni sono passati da 14 a 35 in un anno, con un aumento superiore al 150%. A preoccupare gli esperti non è soltanto la crescita numerica, ma il cambiamento nella natura della violenza
Crescono gli omicidi commessi da minorenni e cambia il volto della violenza giovanile. È questo il dato che emerge dal III Congresso nazionale della Società Italiana di Psichiatria e Psicopatologia Forense (SIPPF), conclusosi ad Alghero, dove psichiatri, criminologi e specialisti delle dipendenze hanno acceso i riflettori su un fenomeno che gli esperti definiscono in controtendenza rispetto all’andamento generale della criminalità nel Paese. Secondo i dati del Servizio Analisi Criminale (Criminalpol) e delle relazioni per l’inaugurazione dell’Anno giudiziario 2026, negli ultimi dodici mesi gli omicidi commessi da minori sono passati da 14 a 35 casi, con un incremento superiore al 150%, arrivando a rappresentare circa il 12% del totale. Nello stesso periodo, l’incidenza degli omicidi commessi da under 18 è salita dall’4% all’11%, mentre la quota di vittime minorenni è aumentata dal 4% al 7%.
Una violenza diversa da quella del passato
A preoccupare gli specialisti non è soltanto l’aumento dei numeri. Secondo gli esperti, il fenomeno appare profondamente diverso rispetto a quello osservato negli anni precedenti. La violenza giovanile è oggi meno collegata ai circuiti della criminalità organizzata e più frequentemente associata a fragilità individuali, dinamiche di gruppo e difficoltà relazionali che spesso sfuggono ai tradizionali strumenti di prevenzione. “Non siamo di fronte solo a un problema di sicurezza, ma a un cambiamento nella qualità del disagio – spiegano i presidenti SIPPF, gli psichiatri Eugenio Aguglia e Liliana Lorettu -. In molti casi la violenza rappresenta il primo segnale visibile di una fragilità psichica che non era stata diagnosticata”. Il dato appare ancora più significativo se confrontato con l’andamento complessivo degli omicidi in Italia, che continua a diminuire. Negli ultimi dieci anni, ricordano gli specialisti, gli omicidi legati alla criminalità organizzata si sono ridotti fino al 72%, mentre la componente minorile rappresenta una delle poche aree in crescita.
Il ruolo delle sostanze e la “zona grigia” dell’imputabilità
Tra i fattori che possono contribuire all’esplosione di comportamenti violenti vi è l’uso di sostanze psicoattive. Secondo Massimo Clerici, presidente della Società Italiana di Psichiatria delle Dipendenze, cannabinoidi sintetici, alcol e combinazioni di farmaci possono amplificare impulsività e alterazioni comportamentali, rendendo più complessa la distinzione tra disturbo psichiatrico, effetto delle sostanze e responsabilità penale. Particolare attenzione viene rivolta al cosiddetto “poly-drug use”, l’assunzione contemporanea di più sostanze, inclusi cannabinoidi e nuove sostanze psicoattive. In questi casi, spiegano gli specialisti, possono manifestarsi sintomi psicotici e quadri clinici che complicano la valutazione forense tra vizio di mente e stato di alterazione transitoria. Molti giovani autori di reato non presentano una diagnosi psichiatrica pregressa e l’episodio violento può rappresentare la prima manifestazione evidente di un disturbo del neurosviluppo o di una vulnerabilità rimasta fino a quel momento sommersa.
Carceri minorili sotto pressione
Le criticità emergono anche sul fronte della presa in carico. Gli Istituti Penali per i Minorenni registrano infatti un aumento della presenza media giornaliera superiore al 30%. Tra il 2023 e il 2024 l’incremento è stato del 30,9%, mentre circa l’80% degli ingressi è legato a misure cautelari, spesso in assenza di percorsi terapeutici strutturati. “Il rischio è che il carcere diventi un contenitore di disagio psichico”, osserva Clerici, sottolineando la carenza di comunità terapeutiche e di percorsi integrati tra servizi di salute mentale, servizi per le dipendenze e sistema giudiziario. Anche Carlo Locatelli, direttore dell’Unità operativa di Tossicologia e del Centro Antiveleni dell’IRCCS Maugeri di Pavia, richiama l’attenzione sulla mancanza di strutture specializzate per i giovani con problemi di dipendenza associati a disturbi psichiatrici, una lacuna che rischia di trasformare il carcere nella risposta prevalente a situazioni che richiederebbero invece interventi terapeutici multidisciplinari.
Non solo psichiatria: la crisi educativa
Gli esperti invitano però a evitare letture semplicistiche. Ridurre il fenomeno esclusivamente a una questione psichiatrica significherebbe trascurare il peso di fattori culturali, educativi e sociali che contribuiscono a modellare i comportamenti violenti. Secondo Aguglia e Lorettu, sempre più adolescenti si identificano in modelli relazionali e sottoculture che normalizzano aggressività, sopraffazione e assenza di empatia. Una tendenza che riflette una più ampia crisi educativa del mondo adulto e che richiede un coinvolgimento attivo di famiglie, scuola e comunità. “La prevenzione non può limitarsi all’intervento dopo il reato”, sottolineano gli specialisti. Servono strumenti capaci di intercettare precocemente il disagio, soprattutto nella fascia tra i 16 e i 18 anni, dove spesso si crea un vuoto assistenziale tra i servizi di neuropsichiatria infantile e quelli per adulti.
La necessità di una diagnosi precoce
Dietro molti episodi di violenza minorile possono nascondersi fragilità psicologiche, dipendenze, difficoltà relazionali o condizioni di sofferenza che non vengono riconosciute in tempo. Per questo, gli specialisti chiedono un rafforzamento della rete territoriale, maggiori risorse per la salute mentale degli adolescenti e percorsi integrati tra sanità, scuola e giustizia. “Non basta intervenire dopo il reato – concludono i presidenti SIPPF -. Serve una capacità di diagnosi precoce che oggi non abbiamo. Altrimenti continueremo a leggere questi dati come fatti di cronaca, senza coglierne il significato clinico, educativo e sociale”.
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