Salute 22 Maggio 2026 15:49

Hiv in Italia: 4 pazienti su 10 saltano le cure, donne escluse dalla PrEP

Le donne continuano a essere le più colpite da stigma e diagnosi tardive, mentre oltre il 40% delle persone con Hiv ammette difficoltà nell’aderenza alle terapie quotidiane. Dal Congresso ICAR di Catania emergono nuove criticità sulla prevenzione e il ruolo sempre più centrale delle terapie e della PrEP long acting

di Viviana Franzellitti
Hiv in Italia: 4 pazienti su 10 saltano le cure, donne escluse dalla PrEP

L’Hiv oggi non è più la malattia degli anni ’80, ma continua a rappresentare una sfida sanitaria e sociale ancora piena di ostacoli. A metterlo in evidenza sono gli esperti riuniti alla 18esima edizione di ICAR, il congresso italiano dedicato alla ricerca su Aids e terapie antivirali, dove sono stati presentati dati aggiornati su diagnosi, prevenzione e aderenza terapeutica. In Italia, nel 2024, quasi l’80% delle nuove diagnosi riguarda uomini, ma sono soprattutto le donne a pagare il prezzo più alto in termini di stigma, ritardo diagnostico e difficoltà di accesso alla prevenzione. Parallelamente, un’indagine internazionale condotta in 29 Paesi mostra che circa 4 pazienti su 10 non seguono in modo ottimale la terapia anti-Hiv, nonostante il controllo virologico resti elevato. Al centro del dibattito anche le nuove soluzioni “long acting”, terapie iniettabili a lunga durata che potrebbero migliorare aderenza, prevenzione e qualità della vita.

Donne e Hiv: lo stigma pesa più della malattia

Secondo gli specialisti intervenuti al congresso, il tema femminile resta uno dei più trascurati nella gestione dell’Hiv. Le donne rappresentano circa il 20,8% delle nuove diagnosi, ma vivono spesso un impatto sociale molto più duro rispetto agli uomini. Il problema non è solo sanitario: pesa il giudizio sociale, la paura di essere discriminate e il timore di compromettere relazioni affettive, maternità e vita professionale. Molte diagnosi arrivano durante controlli effettuati nel percorso di ricerca di una gravidanza, trasformando un momento delicato in un trauma improvviso. Eppure oggi, grazie alle terapie moderne, la trasmissione materno-fetale può essere praticamente azzerata quando l’infezione viene diagnosticata e gestita correttamente. Nonostante questo, persistono paure e pregiudizi che portano ancora molte donne a vivere la diagnosi come una condanna sociale.

Cos’è la PrEP e perché è importante nella prevenzione dell’Hiv

La PrEP (Profilassi Pre-Esposizione) è una terapia preventiva che permette alle persone HIV-negative di ridurre in modo molto efficace il rischio di contrarre il virus. Consiste nell’assunzione di farmaci specifici prima di una possibile esposizione all’Hiv, seguendo schemi stabiliti dal medico. Se assunta correttamente, la PrEP può abbattere il rischio di infezione fino a oltre il 90%. Oggi è disponibile sia in formulazione orale quotidiana sia in versione long acting, con iniezioni a lunga durata effettuate a intervalli regolari. La PrEP non sostituisce il preservativo, ma rappresenta uno strumento aggiuntivo di prevenzione soprattutto per le persone considerate più esposte al rischio di infezione.

PrEP ancora poco accessibile alle donne

Ed è proprio sul fronte della prevenzione che emerge un forte squilibrio di genere nell’accesso alla PrEP, la profilassi pre-esposizione che riduce drasticamente il rischio di contrarre il virus. In Italia la richiesta è concentrata quasi esclusivamente tra uomini che hanno rapporti sessuali con uomini, mentre la popolazione femminile resta marginale. Secondo gli esperti, il ritardo è legato anche a un approccio culturale superato: la salute sessuale femminile continua a essere associata quasi esclusivamente alla contraccezione, senza integrare realmente la prevenzione dell’Hiv nei percorsi ginecologici e nei consulti dedicati alle donne. Il risultato è che molte persone non vengono informate adeguatamente sull’esistenza della PrEP o non la percepiscono come uno strumento destinato anche a loro. A preoccupare è, inoltre, il fenomeno delle diagnosi tardive. Molti casi emergono quando l’infezione è presente da anni, spesso perché il test non viene proposto oppure viene evitato per pregiudizi e falsa percezione del rischio.

Terapie quotidiane: il peso psicologico riduce l’aderenza

Accanto alla prevenzione, gli specialisti hanno acceso i riflettori su un altro problema cruciale: la difficoltà nel seguire con continuità le cure. I dati italiani dello studio internazionale Positive Perspectives 3 mostrano che il 93% delle persone con Hiv ha una carica virale soppressa, ma circa il 42% riferisce un’aderenza non ottimale alla terapia. Le cause non dipendono solo dalla dimenticanza. Sempre più pazienti parlano di una vera e propria “stanchezza terapeutica”: assumere farmaci ogni giorno per tutta la vita può diventare un peso psicologico costante, capace di influire sulla qualità della vita e sul benessere emotivo. In molti casi il disagio è legato anche allo stigma: prendere una compressa quotidianamente rappresenta un promemoria continuo della malattia o del rischio di essere giudicati.

Long acting: la nuova frontiera contro Hiv e stigma

Per questo motivo cresce l’interesse verso le terapie e la PrEP long acting, somministrazioni iniettabili che possono essere effettuate ogni due mesi e, in futuro, forse anche ogni quattro. Gli esperti le considerano una delle innovazioni più promettenti degli ultimi anni perché riducono il peso della gestione quotidiana della terapia e migliorano la continuità delle cure.

I dati raccolti nella coorte italiana PrIDE mostrano che la copertura terapeutica è significativamente più alta nelle persone che utilizzano la PrEP long acting rispetto alla formulazione orale. Le interruzioni risultano limitate e nella maggior parte dei casi legate a motivi logistici o cambiamenti nello stile di vita, più che a effetti collaterali. Secondo gli infettivologi, queste soluzioni potrebbero avere un impatto importante anche sul piano sociale: meno compresse quotidiane significa meno ansia, meno autostigma e una percezione più libera della propria condizione. Un cambiamento che potrebbe favorire non solo l’aderenza terapeutica, ma anche una maggiore normalizzazione dell’Hiv nella vita quotidiana.

L’obiettivo resta diagnosi precoce e prevenzione diffusa

Gli specialisti ribadiscono che il test Hiv dovrebbe entrare nella routine sanitaria di tutti, indipendentemente dall’età o dal numero di partner. L’infezione oggi può essere controllata efficacemente, ma solo attraverso diagnosi tempestive, accesso equo alla prevenzione e percorsi terapeutici sostenibili nel lungo periodo. La sfida non è più soltanto clinica. Combattere l’Hiv significa affrontare stigma, disinformazione e disparità di accesso alle cure, soprattutto per le donne e per le persone più vulnerabili dal punto di vista sociale ed economico.

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