Lo dimostra uno studio pubblicato sulla rivista Blood Red Cells & Iron: utilizzando un nuovo metodo basato sull'analisi dei globuli rossi, i ricercatori hanno rilevato segni di carenza nel 30% dei bambini esaminati, contro il 9% identificato con i criteri tradizionali
Un bambino può avere una carenza di ferro anche quando gli esami del sangue risultano nella norma secondo gli standard oggi utilizzati. È quanto emerge da uno studio pubblicato sulla rivista Blood Red Cells & Iron dell’American Society of Hematology, che propone di rivedere le soglie diagnostiche attualmente adottate per identificare il deficit di ferro in età pediatrica. Secondo gli autori, i valori di ferritina considerati normali dalle linee guida potrebbero non essere sufficienti a escludere una carenza nelle sue fasi iniziali. Questo significa che molti bambini potrebbero convivere con un’insufficiente disponibilità di ferro senza ricevere una diagnosi tempestiva e senza beneficiare di eventuali interventi correttivi.
Un minerale essenziale per crescita e apprendimento
Il ferro svolge un ruolo fondamentale nello sviluppo dell’organismo durante l’infanzia. È indispensabile per la produzione dei globuli rossi e per il corretto funzionamento del cervello. Una sua carenza può influenzare la capacità di concentrazione, l’apprendimento, la resistenza alla fatica e le prestazioni fisiche. “Bassi livelli di ferro possono portare a gravi problemi di salute come difficoltà di concentrazione e di apprendimento, affaticamento e riduzione delle prestazioni fisiche. Per questo identificare il livello di ferritina nel sangue necessario per supportare la crescita e l’apprendimento di un bambino è importante”, spiega Yaw Addo, epidemiologo dei Centers for Disease Control and Prevention statunitensi e primo autore dello studio. Quando le riserve di ferro diminuiscono, infatti, possono essere compromessi lo sviluppo cerebrale, la crescita e le capacità cognitive del bambino, anche prima della comparsa di una vera e propria anemia.
Il nuovo metodo che individua la carenza prima dell’anemia
Per individuare più precocemente il problema, i ricercatori hanno sviluppato un approccio innovativo basato sull’analisi dei globuli rossi. Il metodo consente di identificare i cambiamenti che si verificano nelle cellule del sangue quando il ferro disponibile inizia a diventare insufficiente per sostenere una normale produzione eritrocitaria. In altre parole, permette di riconoscere le fasi iniziali della carenza prima che si sviluppi l’anemia conclamata e prima che la ferritina raggiunga i livelli oggi considerati patologici. L’obiettivo è intercettare il deficit quando l’organismo ha già iniziato a risentire della ridotta disponibilità di ferro, ma non ha ancora manifestato alterazioni evidenti agli esami tradizionali.
Lo studio su oltre 3.700 bambini
Per testare il nuovo approccio, gli studiosi hanno analizzato i dati di 3.765 bambini tra i 5 e i 14 anni. I risultati hanno mostrato che i primi segnali di insufficienza di ferro compaiono quando la ferritina scende sotto i 24 microgrammi per litro (µg/L), una soglia significativamente più elevata rispetto a quella attualmente utilizzata dalle principali linee guida internazionali. Oggi sia i Centers for Disease Control and Prevention sia l’Organizzazione Mondiale della Sanità identificano infatti la carenza di ferro a valori di ferritina intorno a 15 µg/L. Secondo il nuovo studio, però, il ferro potrebbe essere già insufficiente a sostenere una normale produzione di globuli rossi ben prima di raggiungere quel limite.
Dal 9% al 30%: la carenza potrebbe essere molto più diffusa
Il dato che colpisce maggiormente riguarda la prevalenza della carenza di ferro. Applicando i criteri diagnostici tradizionali, il deficit veniva identificato nel 9% dei bambini esaminati. Utilizzando invece il nuovo metodo e la soglia di 24 µg/L, la percentuale sale al 30%. In pratica, quasi un bambino su tre presenta segni di carenza di ferro, più del triplo rispetto a quanto emerge con gli attuali criteri diagnostici. Secondo gli autori, questo risultato suggerisce che una quota importante di bambini potrebbe oggi sfuggire all’identificazione precoce del problema e ricevere una diagnosi soltanto quando le riserve di ferro sono ormai notevolmente ridotte.
Le soglie diagnostiche vanno aggiornate?
La ricerca si inserisce in un filone crescente di studi che mettono in discussione i valori di ferritina attualmente utilizzati per definire la carenza di ferro. Le evidenze raccolte indicano che le soglie adottate da Oms e Cdc tendono a identificare il deficit in una fase relativamente tardiva, quando la riduzione delle riserve è già significativa. Una revisione dei valori di riferimento potrebbe quindi consentire diagnosi più precoci e interventi tempestivi, con potenziali benefici sullo sviluppo neurologico, sull’apprendimento e sulla crescita. Gli autori sottolineano comunque la necessità di ulteriori studi per confermare i risultati in popolazioni diverse e per valutare quale sia la soglia ottimale da utilizzare nella pratica clinica. Se confermati, questi dati potrebbero modificare l’approccio alla diagnosi della carenza di ferro in età pediatrica. L’identificazione precoce del deficit consentirebbe infatti di intervenire prima che compaiano anemia e sintomi clinicamente evidenti, migliorando le opportunità di crescita e sviluppo dei bambini.
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