Salute 20 Maggio 2026 15:56

Autismo e relazioni sociali: cosa cambia dall’infanzia all’età adulta

La ricerca analizza 35 anni di studi e individua una sequenza di sviluppo: dalle prime differenze nella motivazione sociale fino alle competenze relazionali più complesse.

di Arnaldo Iodice
Autismo e relazioni sociali: cosa cambia dall’infanzia all’età adulta

Le differenze sociali associate all’autismo emergono già nei primi anni di vita, ma possono modificarsi in modo significativo fino all’età adulta. È quanto indica una vasta revisione sistematica e meta-analisi pubblicata su Nature Human Behavior da ricercatori della Beijing Normal University, della Peking University e di altri istituti. Il lavoro ha esaminato 2.622 studi condotti tra il 1990 e il 2025, includendo partecipanti di 32 Paesi, dai neonati di 6 mesi agli adulti cinquantenni. L’obiettivo non era soltanto riassumere la letteratura, ma ricostruire l’organizzazione complessiva del funzionamento sociale nell’autismo.

I ricercatori hanno analizzato 22 dimensioni, tra cui attenzione sociale, imitazione, empatia, teoria della mente, comunicazione sociale e gestione delle relazioni. La ricerca suggerisce che il funzionamento sociale non sia un insieme frammentato di abilità isolate, ma una struttura gerarchica: alcune differenze precoci, come quelle legate alla motivazione sociale, possono influenzare progressivamente competenze più complesse. Lo studio sottolinea anche il ruolo del contesto culturale e sociale nello sviluppo delle differenze osservate.

Una lettura più ampia del comportamento sociale

Uno degli aspetti più rilevanti dello studio è il superamento di un approccio troppo settoriale. Molte ricerche precedenti si erano concentrate su singole abilità, come il riconoscimento delle emozioni o la teoria della mente. Nella vita quotidiana, però, il comportamento sociale funziona come un sistema integrato, in cui attenzione, comunicazione, empatia e relazione si influenzano a vicenda. La meta-analisi prova quindi a osservare l’autismo non attraverso un singolo indicatore, ma come un profilo dinamico di sviluppo. Questo permette di comprendere meglio perché le difficoltà sociali possano presentarsi in forme molto diverse da persona a persona.

Sviluppo, cultura e ambiente: una traiettoria non lineare

I risultati indicano che le differenze sociali nell’autismo tendono a emergere secondo una sequenza: dalle componenti più precoci, come l’interesse verso gli stimoli sociali, fino ad abilità più elaborate, come la gestione delle relazioni e la comprensione degli stati mentali altrui. Questa lettura suggerisce un possibile effetto a cascata lungo lo sviluppo. Non significa, però, che il percorso sia fisso o predeterminato. Al contrario, lo studio evidenzia che il funzionamento sociale può cambiare nel tempo e che l’ambiente gioca un ruolo importante.

I Paesi con maggiore supporto sociale percepito mostrano differenze minori tra persone autistiche e neurotipiche, mentre culture più competitive e orientate alla mascolinità risultano associate a divari più marcati. È un dato importante perché sposta l’attenzione dalla sola dimensione individuale alla relazione tra individuo e società. Le difficoltà sociali, in questa prospettiva, non dipendono esclusivamente dalle caratteristiche della persona autistica, ma anche dalle aspettative, dalle norme e dalle risorse del contesto in cui vive. Questo non elimina la componente neuroevolutiva dell’autismo, ma invita a considerarla dentro una cornice più ampia, dove biologia, educazione, cultura e inclusione interagiscono continuamente.

Verso strumenti più precisi e interventi personalizzati

Le implicazioni dello studio sono rilevanti sia per la ricerca sia per i servizi clinici ed educativi. Se il funzionamento sociale nell’autismo è organizzato in modo gerarchico e cambia nel corso dello sviluppo, allora anche la valutazione dovrebbe diventare più completa, sensibile e multidimensionale. Gli strumenti oggi disponibili restano fondamentali, ma secondo gli autori spesso si concentrano su pochi ambiti e rischiano di non cogliere la complessità reale dei profili sociali. Una batteria standardizzata più ampia potrebbe aiutare a distinguere meglio le diverse traiettorie individuali, evitando valutazioni troppo generiche. Questo avrebbe conseguenze concrete sugli interventi: invece di applicare programmi uguali per tutti, sarebbe possibile costruire percorsi personalizzati, calibrati sulle abilità, sulle difficoltà e sul contesto di vita di ciascuna persona. Lo studio apre anche alla possibilità di integrare valutazioni comportamentali, neuroimmagini e modelli computazionali, così da comprendere meglio i meccanismi cerebrali coinvolti nello sviluppo sociale.

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