Prevenzione 20 Maggio 2026 11:03

Infarto e ictus, quanto esercizio serve davvero per ridurre il rischio

La ricerca su oltre 17mila adulti suggerisce che le linee guida attuali restano un minimo utile, ma benefici più consistenti richiedono volumi di attività molto più elevati.

di Arnaldo Iodice
Infarto e ictus, quanto esercizio serve davvero per ridurre il rischio

Per una reale protezione del cuore, non bastano sempre i 150 minuti di attività fisica settimanale indicati dalle linee guida: secondo uno studio osservazionale pubblicato sul British Journal of Sports Medicine, il beneficio cardiovascolare più consistente si raggiungerebbe con volumi molto più alti, pari a 560-610 minuti a settimana di esercizio moderato-vigoroso. La ricerca, condotta da studiosi della Macao Polytechnic University, ha analizzato 17.088 partecipanti della UK Biobank reclutati tra il 2013 e il 2015: età media 57 anni, 56% donne e 96% caucasici.

Ogni partecipante ha indossato per sette giorni un dispositivo da polso per registrare l’attività abituale e ha svolto un test al cicloergometro per stimare il VO2 max, indicatore della forma cardiorespiratoria. Sono stati considerati anche fumo, alcol, alimentazione, indice di massa corporea, pressione, frequenza cardiaca a riposo e salute percepita. Nel follow-up medio di 7,8 anni sono stati registrati 1.233 eventi cardiovascolari, inclusi fibrillazione atriale, infarti, insufficienza cardiaca e ictus, offrendo una fotografia ampia del rapporto tra movimento, fitness e rischio clinico.

Le linee guida sono un minimo, non un traguardo

Il dato più rilevante dello studio riguarda la distanza tra il livello minimo raccomandato e quello associato a una riduzione marcata del rischio. Gli adulti che raggiungevano i 150 minuti settimanali di attività fisica moderata o vigorosa ottenevano infatti una diminuzione modesta del rischio cardiovascolare, stimata attorno all’8-9%, indipendentemente dal grado di allenamento iniziale. Per superare la soglia di una protezione sostanziale, definita dai ricercatori come una riduzione superiore al 30%, servivano invece quantità di movimento molto più elevate, comprese appunto tra 560 e 610 minuti alla settimana. Nello studio solo il 12% dei partecipanti raggiungeva questi volumi. Il messaggio non è che le linee guida siano inutili, ma che rappresentano probabilmente una base minima, non il punto di arrivo ideale per chi può e vuole fare di più.

Camminata veloce, corsa, ciclismo e altre attività sostenute restano strumenti centrali di prevenzione, ma il loro effetto sembra crescere con la dose complessiva. La ricerca invita quindi a distinguere tra una soglia di sicurezza generale, utile per la popolazione, e obiettivi più ambiziosi, pensati per una protezione cardiovascolare più robusta. In altre parole, raggiungere il minimo resta positivo, ma non esaurisce il potenziale preventivo dell’esercizio regolare.

Il peso della forma cardiorespiratoria

Un elemento centrale dell’analisi è la forma cardiorespiratoria, valutata attraverso il VO2 max stimato. Questo parametro indica la massima quantità di ossigeno che l’organismo riesce a consumare e utilizzare durante uno sforzo intenso, sintetizzando l’efficienza di cuore, polmoni e muscoli. La ricerca conferma che non tutti partono dallo stesso livello: chi è meno allenato ha bisogno di un po’ più esercizio per ottenere benefici simili a quelli di persone più in forma. Per una riduzione del 20% del rischio cardiovascolare, ad esempio, servivano circa 370 minuti settimanali ai soggetti meno allenati, contro 340 minuti nei più allenati.

Raccomandazioni più personalizzate

Lo studio suggerisce che in futuro le indicazioni sull’attività fisica potrebbero diventare meno standardizzate e più personalizzate. Le raccomandazioni attuali hanno il vantaggio della semplicità, perché offrono a tutti un obiettivo comprensibile e raggiungibile. Tuttavia, la forma cardiorespiratoria varia molto da persona a persona e rappresenta un forte predittore della salute del cuore. Per questo, secondo gli autori, potrebbe essere utile affiancare al minimo universale dei 150 minuti settimanali obiettivi graduati, tarati sul livello di forma fisica individuale e sul margine di riduzione del rischio che si vuole ottenere. Il punto è delicato: fissare traguardi troppo alti può scoraggiare chi parte da una condizione sedentaria, mentre ignorare il rapporto dose-risposta rischia di dare un messaggio incompleto a chi è motivato a migliorare davvero la propria prevenzione.

Restano comunque alcune cautele importanti. Trattandosi di uno studio osservazionale, non è possibile dimostrare un rapporto diretto di causa-effetto. Inoltre, il campione potrebbe essere stato mediamente più sano e più attivo della popolazione generale; il VO2 max è stato stimato, non misurato direttamente in laboratorio, e non sono stati valutati in modo completo il tempo sedentario o l’attività di intensità inferiore.

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