L’Oms ribadisce che il rischio globale resta basso, mentre l’Unione Europea attiva il meccanismo Ipcr per il monitoraggio integrato. Intanto un gruppo internazionale di scienziati lancia un appello: “Serve un approccio più prudente verso i virus respiratori emergenti e il rischio di trasmissione aerea”
L’Organizzazione mondiale della sanità aggiorna il bilancio del focolaio di hantavirus Andes legato alla nave da crociera Mv Hondius: al 13 maggio sono stati segnalati 11 casi complessivi, di cui 8 confermati in laboratorio, 2 probabili e un caso ancora non conclusivo, attualmente oggetto di ulteriori accertamenti. I decessi registrati sono tre, con un tasso di mortalità del 27%. Nel terzo report pubblicato dall’Oms dopo la notifica del cluster, avvenuta il 2 maggio scorso, si precisa che gli ultimi due casi confermati sono stati individuati in Francia e Spagna, mentre negli Stati Uniti è in fase di verifica un caso con risultato diagnostico non conclusivo. Tutti i soggetti positivi erano passeggeri della Mv Hondius. L’agenzia delle Nazioni Unite sottolinea che, attraverso i canali del Regolamento sanitario internazionale, tutti i punti focali nazionali sono stati informati e stanno collaborando alle attività internazionali di contact tracing. Nonostante la diffusione multinazionale del cluster, l’Oms continua a classificare come “basso” il rischio per la popolazione mondiale e conferma che continuerà a monitorare l’evoluzione epidemiologica dell’evento.
L’Unione Europea attiva il meccanismo Ipcr
Anche l’Unione Europea ha deciso di rafforzare il monitoraggio del focolaio. La presidenza di turno del Consiglio Ue, affidata in questo semestre a Cipro, ha infatti attivato il meccanismo Ipcr – la risposta integrata alle crisi politiche – in modalità di condivisione delle informazioni. L’obiettivo è facilitare lo scambio di dati tra Stati membri e istituzioni europee, raccogliere informazioni aggiornate e coordinare le azioni necessarie per sostenere la preparazione sanitaria. Secondo quanto ricordato dal Consiglio Ue, il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc) continua a classificare il rischio per la popolazione generale europea come “molto basso”, anche perché gli hantavirus non si diffondono facilmente tra le persone e risultano già attive misure di prevenzione e controllo delle infezioni.
Spallanzani: “Scorte di tamponi sufficienti”
Sul fronte italiano, lo Spallanzani di Roma conferma di avere al momento una disponibilità sufficiente di test diagnostici. “Abbiamo esaminato tre campioni di sangue per l’Hantavirus, sono tutti negativi e stanno proseguendo l’isolamento. Nessuno è stato ricoverato”, spiega la direttrice generale dell’Istituto nazionale per le malattie infettive Lazzaro Spallanzani, Cristina Matranga, a margine del forum “Next Health 2026 – AI for Health: dalla visione alla realtà”, organizzato dalla Fiaso. “Al momento non abbiamo fatto ordini di tamponi, perché abbiamo una scorta sufficiente in magazzino, immagino che altri ospedali si stiano attrezzando”, ha aggiunto Matranga, ricordando che lo Spallanzani rappresenta il laboratorio di riferimento regionale e nazionale. In base alla circolare del ministero della Salute, ha precisato, anche le Regioni si stanno organizzando per individuare propri laboratori di riferimento.
L’appello degli scienziati: “Serve un approccio precauzionale”
Intanto, il focolaio sta alimentando il dibattito nella comunità scientifica internazionale. Un gruppo di esperti guidato da Don Milton, docente dell’Università del Maryland e tra i maggiori studiosi della trasmissione aerea dei virus respiratori, ha pubblicato sul British Medical Journal un appello rivolto all’Oms per chiedere un cambiamento nelle strategie di risposta ai nuovi virus emergenti. Secondo gli autori, il punto di partenza non dovrebbe essere quello di minimizzare il rischio di trasmissione aerea fino a prova definitiva contraria. Al contrario, in presenza di patogeni gravi e ancora poco conosciuti, sarebbe necessario adottare fin da subito misure precauzionali più rigorose. Tra le indicazioni proposte figurano l’utilizzo di respiratori per operatori sanitari, persone infette e contatti stretti, il miglioramento della ventilazione degli ambienti chiusi, l’eliminazione del ricircolo di aria non filtrata e l’impiego di filtri Hepa nei luoghi di quarantena e durante i trasporti.
Il precedente argentino e il tema della trasmissione aerea
Nel documento, gli esperti ricordano che il virus Andes rappresenta l’unico ceppo di hantavirus noto per la trasmissione da persona a persona e citano come esempio l’epidemia verificatasi tra il 2018 e il 2019 a Epuyén, in Argentina, dove furono ricostruite catene di contagio compatibili con una diffusione per inalazione di aerosol respiratorio. Secondo gli studiosi, anche l’attuale epidemia collegata alla crociera nell’Atlantico meridionale evidenzierebbe la necessità di rafforzare e armonizzare le linee guida internazionali sulla protezione respiratoria, soprattutto considerando i successivi viaggi aerei commerciali, le esposizioni in ambito sanitario e i periodi di incubazione che possono arrivare fino a 42 giorni. “La questione rilevante per la salute pubblica – scrivono gli autori – non è se il virus Andes sia altamente trasmissibile o no, ma se evidenze coerenti con la trasmissione per inalazione di aerosol respiratorio di un patogeno con un alto tasso di mortalità giustifichino una maggiore protezione respiratoria”, concludono.
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