A risultare positivo agli anticorpi è stato un veterinario della contea di Los Angeles, rimasto asintomatico dopo l’esposizione a un felino infetto. Uno studio dei Cdc rilancia l’allarme sui rischi legati all’alimentazione cruda per gli animali domestici
Per la prima volta i Centers for Disease Control and Prevention (Cdc) statunitensi documentano una possibile trasmissione dell’influenza aviaria H5N1 da un gatto domestico a un uomo. Il caso riguarda un veterinario della contea di Los Angeles risultato positivo agli anticorpi contro il virus dopo essere entrato in contatto con un felino infetto senza utilizzare adeguati dispositivi di protezione per occhi e vie respiratorie. L’uomo non ha sviluppato sintomi influenzali, ma secondo gli autori dello studio il caso rappresenta “evidenza sierologica” di trasmissione zoonotica del virus A(H5N1) dai gatti domestici all’essere umano. Le autorità sanitarie statunitensi precisano comunque che il rischio per la popolazione generale rimane basso.
Il report dei Cdc pubblicato sul MMWR
L’indagine è stata pubblicata pochi giorni fa sul Morbidity and Mortality Weekly Report (MMWR), il bollettino ufficiale dei Cdc, con il titolo “Serologic Evidence of Highly Pathogenic Avian Influenza A(H5N1) Virus Infection in a Veterinary Professional Exposed to an Infected Domestic Cat”. Lo studio è stato condotto dal Dipartimento di Sanità Pubblica della contea di Los Angeles insieme ai Cdc e nasce dopo l’identificazione, tra novembre 2024 e gennaio 2025, di 19 gatti domestici ammalatisi dopo aver consumato latte crudo, carne cruda o cibo crudo per animali acquistati in commercio. Nove felini sono risultati positivi al clade 2.3.4.4b del virus H5N1, genotipo B3.13, lo stesso associato alla maggior parte delle infezioni umane registrate negli Stati Uniti. Secondo i ricercatori, dal 2021 il virus H5N1 del clade 2.3.4.4b si è diffuso ampiamente negli Stati Uniti tra uccelli selvatici e allevamenti avicoli, con crescenti “spillover” verso mammiferi, inclusi bovini da latte, gatti domestici e esseri umani.
Gatti gravemente malati: 14 morti o soppressi
I 19 gatti coinvolti nell’indagine appartenevano a cinque nuclei familiari della contea di Los Angeles e avevano sviluppato sintomi respiratori, neurologici ed epatici particolarmente severi. Quattordici animali sono morti oppure sono stati soppressi. Tra i segni clinici osservati figuravano lesioni polmonari, atassia, debolezza degli arti posteriori, uveite bilaterale, emorragie retiniche e cecità. Uno dei casi descritti nel report riguarda un gatto domestico che, dopo aver consumato cibo crudo a base di pollame, è stato visitato in quattro diverse cliniche veterinarie nell’arco di 11 giorni. L’animale è sopravvissuto ma con danni permanenti alla vista. Secondo gli autori, alcuni dei prodotti alimentari consumati dagli animali erano risultati positivi al virus H5N1.
Monitorate 139 persone esposte
Per valutare eventuali trasmissioni all’uomo, le autorità sanitarie hanno identificato 139 persone potenzialmente esposte ai gatti infetti:
Tutte le persone esposte sono state monitorate per 10 giorni dopo il contatto con gli animali. Trentatré hanno accettato di sottoporsi a tampone molecolare RT-PCR. Complessivamente 30 persone hanno riferito sintomi simil-influenzali come rinorrea, tosse, mal di gola, stanchezza e dolori muscolari, ma nessuno è risultato positivo per H5N1. Dodici test sono invece risultati positivi ad altri virus respiratori stagionali, soprattutto influenza A(H3N2), rinovirus e coronavirus endemici.
Il veterinario positivo agli anticorpi
Alcuni mesi più tardi i Cdc hanno avviato un’indagine sierologica per verificare eventuali infezioni sfuggite ai test molecolari. Solo 25 delle 139 persone esposte hanno aderito allo studio. In un solo caso sono stati rilevati anticorpi neutralizzanti specifici contro H5N1. Il campione positivo apparteneva a un veterinario asintomatico che aveva visitato un gatto infetto senza utilizzare protezioni per occhi e vie respiratorie. Secondo i ricercatori, il professionista non presentava altri fattori di rischio: non aveva contatti con pollame o bovini, non consumava prodotti animali crudi e non aveva patologie pregresse rilevanti. Il veterinario, inoltre, non aveva ricevuto né il vaccino antinfluenzale stagionale 2024-2025 né profilassi antivirale post-esposizione.
Il rischio nei contesti veterinari
Gli autori sottolineano che il caso evidenzia i potenziali rischi professionali negli ambienti veterinari, soprattutto quando l’infezione non viene immediatamente riconosciuta. Nel caso descritto, infatti, il risultato positivo del test del gatto non era stato comunicato tempestivamente a tutti i professionisti coinvolti, con la conseguenza che parte del personale sanitario non era consapevole del rischio zoonotico. Nel report viene inoltre evidenziato che il veterinario risultato sieropositivo svolgeva abitualmente attività considerate a rischio, come contenimento degli animali, procedure sulle vie aeree, intubazioni, rianimazione cardiopolmonare e raccolta di campioni biologici. Secondo i ricercatori, l’esposizione è avvenuta in un periodo caratterizzato anche dalla circolazione stagionale del virus influenzale A(H3N2), circostanza che aumenta teoricamente il rischio di coinfezione e di possibili fenomeni di riassortimento genetico tra virus aviari e virus influenzali umani.
Le raccomandazioni dei Cdc
Gli esperti invitano i proprietari di animali a non somministrare ai gatti latte crudo, carne cruda o altri prodotti animali non trattati termicamente. Ai veterinari viene invece raccomandato di considerare l’influenza aviaria A(H5N1) nella diagnosi differenziale dei gatti con sintomi respiratori o neurologici acuti e di utilizzare dispositivi di protezione individuale adeguati. Secondo gli autori, “la tempestiva identificazione dell’influenza A(H5N1) nei gatti domestici e una risposta integrata secondo l’approccio One Health sono essenziali per ridurre ulteriori trasmissioni e il rischio di una possibile pandemia”. Il report conclude sottolineando che, considerando la stretta convivenza tra gatti e esseri umani, “è necessaria una vigilanza continua”.
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