Prevenzione 11 Maggio 2026 11:25

Epidermolisi bollosa: 1 su 17.000, cos’è la sindrome del bambino farfalla

Malattia genetica rara e altamente invalidante, l’epidermolisi bollosa provoca bolle, ferite e lesioni croniche anche dopo minimi traumi. Dalle diverse forme cliniche alle nuove frontiere della terapia genica, cosa sapere sulla patologia che colpisce pelle e mucose

di Viviana Franzellitti
Epidermolisi bollosa: 1 su 17.000, cos’è la sindrome del bambino farfalla

A riportare l’attenzione pubblica sull’epidermolisi bollosa, conosciuta come “sindrome del bambino farfalla” per la straordinaria fragilità della pelle, delicata come le ali di una farfalla, è stata di recente la testimonianza di Sergio Muniz, modello e attore spagnolo diventato noto in Italia dopo la vittoria di un’edizione de L’Isola dei Famosi, dove il pubblico imparò ad apprezzarne determinazione, coraggio ed educazione. Oggi Muniz affronta una sfida molto diversa, vissuta lontano dai riflettori: quella accanto al figlio Yari, quasi cinque anni, affetto da una forma estremamente rara di epidermolisi bollosa.

“Tutto è iniziato con una piccola bollicina sul dito”, ha raccontato l’attore, ripercorrendo il percorso diagnostico fino alla conferma della malattia. “Quando ti dicono che tuo figlio ha una malattia rara ti crolla il mondo addosso. Dopo il primo momento non puoi restare fermo, perché lui ha bisogno di te”. Una quotidianità che la famiglia ha scelto di affrontare cercando normalità, tra cure e medicazioni continue. Il bambino, oggi, vive la propria condizione con naturalezza e si definisce semplicemente un “bambino farfalla”.

Cos’è l’epidermolisi bollosa

Secondo l’Osservatorio Malattie Rare (OMaR), l’epidermolisi bollosa è causata da mutazioni genetiche che compromettono le proteine responsabili dell’adesione tra gli strati della pelle. La conseguenza è una cute estremamente fragile, definita spesso “di cristallo” per la facilità con cui si lacera. Si tratta, dunque, di una malattia genetica ereditaria rara e altamente invalidante che rende la pelle e le mucose estremamente fragili. Anche minimi traumi, sfregamenti o semplici contatti possono provocare vesciche, lacerazioni e ferite dolorose, con guarigione lenta e frequente tendenza alla recidiva. La patologia interessa principalmente la cute, ma nelle forme più severe può coinvolgere anche bocca, esofago, occhi, apparato gastrointestinale e vie respiratorie, rendendo difficili attività quotidiane come mangiare, camminare o vestirsi.

Può essere trasmessa in forma autosomica dominante (50% di rischio se un genitore è affetto) oppure autosomica recessiva (25% di rischio se entrambi i genitori sono portatori). A livello mondiale, l’epidermolisi bollosa colpisce circa 1 bambino ogni 17.000 nati, per un totale stimato di oltre 500mila persone nel mondo. In Italia, invece, si registra circa 1 caso ogni 82.000 nati, con una stima di circa 1.500 persone affette da EB sul territorio nazionale.

Le diverse forme cliniche

L’epidermolisi bollosa comprende diverse forme cliniche, differenti per gravità, localizzazione delle lesioni e prognosi. La forma simplex è la più frequente e generalmente la meno severa: le bolle compaiono soprattutto su mani e piedi, nelle aree sottoposte a sfregamento, e spesso migliorano con la crescita.

La forma distrofica è invece associata a mutazioni del gene COL7A1, coinvolto nella produzione del collagene VII. In questi casi le lesioni risultano profonde e cicatriziali, con possibili deformità delle mani e fusione delle dita, fenomeno noto come “mano a guanto”. Possono inoltre comparire stenosi esofagee, anemia cronica, malnutrizione e difficoltà motorie. Secondo OMaR, i pazienti con forme distrofiche severe presentano anche un rischio aumentato di sviluppare carcinoma squamocellulare cutaneo, una complicanza oncologica aggressiva che rappresenta una delle principali cause di mortalità nell’età adulta.

Più rara ma estremamente grave è la forma giunzionale, che interessa la giunzione tra derma ed epidermide e può coinvolgere ampie superfici della pelle e delle mucose. Nelle varianti più severe il decorso può risultare fatale già nei primi anni di vita. A queste si aggiunge la sindrome di Kindler, caratterizzata da fotosensibilità, atrofia cutanea progressiva e coinvolgimento di più organi.

Diagnosi e gestione quotidiana

La diagnosi si basa su osservazione clinica, biopsia cutanea e test genetici molecolari. Nei casi familiari noti è possibile anche effettuare una diagnosi prenatale. La gestione della malattia richiede cure quotidiane molto impegnative: le medicazioni possono durare diverse ore al giorno e vengono effettuate con bendaggi atraumatici per limitare ulteriori lesioni. Fondamentale anche la prevenzione delle infezioni, il controllo del dolore e il supporto nutrizionale. Secondo OMaR, la presa in carico deve essere necessariamente multidisciplinare, coinvolgendo dermatologi, pediatri, gastroenterologi, nutrizionisti, fisioterapisti e psicologi, perché la malattia incide profondamente non solo sulla salute fisica ma anche sulla qualità della vita e sulla sfera emotiva dei pazienti e delle famiglie. Nei bambini e negli adolescenti l’impatto psicologico della patologia può essere particolarmente pesante, a causa del dolore cronico e delle limitazioni nella vita quotidiana.

Terapia genica: il gel Vyjuvek

Le prospettive terapeutiche stanno cambiando grazie alla terapia genica. Nel 2025 la Commissione Europea ha approvato Vyjuvek (beremagene geperpavec-svdt), prima terapia genica topica indicata per l’epidermolisi bollosa distrofica legata al gene COL7A1.

Il trattamento, sviluppato da Krystal Biotech, utilizza un virus modificato per introdurre copie funzionanti del gene direttamente nelle lesioni cutanee, favorendo la produzione di collagene VII e la guarigione della pelle. Il farmaco viene applicato localmente sulle ferite e può essere utilizzato anche a domicilio dopo adeguata formazione. Gli studi clinici GEM-1 e GEM-3 hanno dimostrato una chiusura più duratura delle ferite e un miglioramento significativo della cicatrizzazione nei pazienti trattati. Secondo OMaR, l’approvazione europea di Vyjuvek rappresenta una svolta storica per i pazienti con epidermolisi bollosa distrofica, perché introduce per la prima volta una terapia genica applicabile direttamente sulla pelle e utilizzabile nel lungo periodo. Accanto alla terapia genica, la ricerca continua a studiare anche terapie cellulari, proteiche e approcci basati sull’editing genetico, con l’obiettivo di sviluppare trattamenti sempre più efficaci per migliorare qualità e aspettativa di vita dei cosiddetti “bambini farfalla”.

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