Genera diventa maggiorenne e il coordinatore Medico Scientifico del centro di Roma, Alberto Vaiarelli, ripercorre 18 anni di evoluzione della fecondazione assistita in Italia
Intervistare un ginecologo che ha vissuto gli ultimi 18 anni della Procreazione Medicalmente Assistita — PMA — in Italia significa parlare con qualcuno che ha seguito da vicino una trasformazione profonda: dalla stagione più rigida della Legge 40/2004 alla sua progressiva riscrittura, attraverso l’evoluzione scientifica, la pratica clinica e le decisioni della giurisprudenza.
Negli ultimi 18 anni, i nati da PMA in Italia sono quasi raddoppiati, superando il 4% delle nascite totali. Un dato che porta la fecondazione assistita fuori dalla dimensione di “scelta di nicchia” e la rende una componente sempre più rilevante della medicina della riproduzione e del dibattito sulla denatalità. A margine del congresso “ART: tra Scienza e Arte della Vita”, organizzato a Roma il 7 e 8 maggio 2026 per celebrare i 18 anni del gruppo Genera, abbiamo incontrato Alberto Vaiarelli, Coordinatore Medico Scientifico del centro Genera Roma e Co-coordinatore del master in Biologia e Biotecnologia della riproduzione umana dell’ Università di Pavia.
Vent’anni fa la sfida era soprattutto riuscire a far nascere un bambino; oggi si parla di efficacia cumulativa, sicurezza, personalizzazione e riduzione dei rischi. Qual è l’innovazione che ha davvero cambiato la pratica clinica?
Negli ultimi anni le innovazioni sono state numerose, sia in ambito clinico sia all’interno dei laboratori di embriologia. Tra tutte, una delle più rivoluzionarie è stata sicuramente l’evoluzione delle tecniche di criobiologia, in particolare la vitrificazione. Questa metodica ha consentito di congelare ovociti, spermatozoi ed embrioni con tassi molto elevati di sopravvivenza dopo lo scongelamento, senza alterarne significativamente la competenza biologica.
La vitrificazione ha cambiato profondamente la pratica clinica: oggi possiamo segmentare il ciclo di trattamento, aumentare in sicurezza il recupero ovocitario e ridurre i rischi legati alla iperstimolazione ovarica. Inoltre, ha favorito lo sviluppo delle banche di ovociti e migliorato in modo significativo i programmi di preservazione della fertilità, sempre più richiesti sia in ambito oncologico sia sociale.
Un altro passaggio fondamentale è rappresentato dalla diagnosi genetica preimpianto (PGT), che permette di valutare lo stato di salute dell’embrione dal punto di vista cromosomico (PGT-A) e genetico, (PGT-M) aumentando le possibilità di successo per singolo trasferimento embrionale e riducendo il rischio di trasmissione di malattie cromosomiche e/o genetiche.
Anche l’introduzione di protocolli di stimolazione non convenzionali (come DuoSTIM/DuoFiv+) per pazienti con bassa prognosi riproduttiva ha avuto un impatto importante: oggi possiamo aumentare, per unità di tempo, le possibilità di gravidanza aumentando il numero degli ovociti per la fecodazione , ridurre il rischio di abbandono del trattamento (treatment discontinuation) e migliorare il rapporto costo-beneficio dei percorsi di PMA.
Dalla Legge 40 del 2004, che inizialmente vietava la diagnosi pre-impianto e l’eterologa, siamo arrivati a un sistema profondamente diverso. Qual è il “vuoto” che ancora oggi, nel 2026, non si è riusciti a colmare per rendere il percorso davvero accessibile?
Sicuramente molti limiti iniziali della Legge 40 sono stati progressivamente superati grazie agli interventi della Corte Costituzionale e all’evoluzione culturale e scientifica del Paese. Tuttavia, esistono ancora importanti criticità che rendono l’accesso alla PMA non pienamente equo e uniforme.
Uno degli aspetti più rilevanti riguarda l’accessibilità per le coppie omogenitoriali e per le donne single, che ancora oggi incontrano limitazioni normative importanti. È un tema che inevitabilmente apre una riflessione sociale e culturale oltre che medica.
Un altro grande nodo riguarda la donazione di gameti. In Italia manca ancora un sistema strutturato ed efficiente di donazione nazionale di ovociti e spermatozoi. Questo comporta una forte dipendenza da banche estere, con conseguenze dirette sui costi, sui tempi di attesa e sull’accessibilità ai trattamenti per le coppie. Oggi questa rappresenta una vera urgenza sanitaria e organizzativa.
Serve quindi una visione più moderna della medicina della riproduzione, capace di garantire pari opportunità di accesso e una maggiore sostenibilità del sistema.
Guardando ai prossimi 10 anni, tra l’uso dell’Intelligenza Artificiale per la selezione embrionaria e lo sviluppo della gametogenesi in vitro, quale crede sarà la prossima “rivoluzione copernicana” che abbatterà i tassi di fallimento dei cicli?
L’Intelligenza Artificiale rappresenterà probabilmente una delle più grandi rivoluzioni della medicina della riproduzione. Oggi raccogliamo enormi quantità di dati clinici, genetici, laboratoristici ed embriologici: l’IA ci permetterà di integrarli e di identificare connessioni che al momento non siamo ancora in grado di riconoscere pienamente.
Questo potrebbe aiutarci a comprendere meglio molti dei fattori ancora legati alla cosiddetta “black box” dell’impianto embrionario, che rappresenta uno dei principali limiti attuali della PMA.
L’IA potrà rendere la medicina della riproduzione sempre più precisa e personalizzata: sarà possibile migliorare la selezione embrionaria, ottimizzare i protocolli terapeutici e fornire alle pazienti stime sempre più accurate delle probabilità di successo. Parallelamente, consentirà anche di ridurre parte del workload operativo dei biologi, permettendo loro di concentrarsi maggiormente sugli aspetti decisionali e qualitativi del processo.
Naturalmente, la tecnologia non sostituirà mai il ruolo clinico e umano del Medico, ma diventerà uno strumento fondamentale di supporto alle decisioni.
Dal congresso “ART: tra Scienza e Arte della Vita”, qual è il messaggio più rilevante per il futuro della PMA in Italia? C’è un’innovazione, un dato o un cambio di approccio che può tradursi già oggi in percorsi più efficaci, sicuri e personalizzati per le coppie?
Il messaggio più importante emerso dal congresso è che il futuro della PMA sarà sempre più centrato sulla coppia e su un approccio realmente olistico alla fertilità. Oggi non possiamo più pensare a percorsi standardizzati: la medicina della riproduzione sta evolvendo verso una medicina basata sulle “4P”: predittiva, personalizzata, partecipativa e preventiva.
Gli avanzamenti clinici sono ormai strettamente connessi con quelli del laboratorio di embriologia, e il vero salto di qualità nasce proprio dall’integrazione multidisciplinare tra competenze diverse.
Accanto all’innovazione tecnologica, però, restano fondamentali valori come onestà, trasparenza e serietà scientifica. Sono elementi indispensabili per costruire una medicina della riproduzione sempre più etica, sostenibile e orientata al benessere reale delle coppie.
Come gruppo crediamo fortemente in questa visione: la pratica clinica deve essere sempre supportata dalla ricerca scientifica. Perché, come diciamo spesso, “si cura meglio dove si fa ricerca”.