Prevenzione 7 Maggio 2026 11:45

Australia ha già azzerato il tumore al collo dell’utero nelle under 25

La vaccinazione di massa contro l’HPV e gli screening avanzati stanno cambiando la storia del tumore della cervice uterina. L’Australia è vicina a eliminarlo come problema di salute pubblica, mentre emergono i ritardi italiani evidenti

di Viviana Franzellitti
Australia ha già azzerato il tumore al collo dell’utero nelle under 25

L’Australia è sempre più vicina a un traguardo storico: azzerare il tumore della cervice uterina tra le donne più giovani e portare l’intera popolazione sotto la soglia di eliminazione definita dalle autorità sanitarie internazionali. Il risultato è frutto di oltre quindici anni di strategie integrate basate su vaccinazione contro l’HPV, screening organizzati e forte adesione della popolazione. Tra le under 25, i casi sono ormai quasi scomparsi, un dato che rappresenta un unicum mondiale e che sta attirando l’attenzione della comunità scientifica.

Il programma australiano si fonda su una copertura vaccinale elevata, somministrata prima dell’inizio dell’attività sessuale, e su un sistema di prevenzione che intercetta precocemente le infezioni da papillomavirus umano, principale responsabile del tumore cervicale. Il Paese si avvia così verso la soglia indicata dall’Organizzazione mondiale della sanità, sotto i 4 casi ogni 100mila donne, che definisce l’eliminazione come problema di salute pubblica. Un modello oggi considerato un riferimento globale.

Il ruolo decisivo del vaccino HPV nella riduzione dei casi

Il punto di svolta è arrivato con l’introduzione della vaccinazione gratuita contro l’HPV, avviata nel 2007 e rivolta inizialmente alle ragazze adolescenti, poi estesa anche ai ragazzi. Il vaccino ha permesso di ridurre drasticamente la circolazione dei ceppi virali oncogeni, con un impatto diretto sull’incidenza delle lesioni precancerose e dei tumori invasivi. Le coperture vaccinali in Australia hanno raggiunto livelli molto elevati, spesso superiori all’80% nella popolazione target, creando una protezione diffusa che ha ridotto progressivamente la trasmissione del virus anche tra i non vaccinati. Il risultato più evidente è la quasi scomparsa dei nuovi casi nelle donne sotto i 25 anni.

Screening più efficaci e autocampionamento

Accanto alla vaccinazione, il sistema sanitario australiano ha rivoluzionato anche lo screening. Il tradizionale Pap test è stato progressivamente sostituito dal test HPV, più sensibile nell’individuare precocemente il rischio oncologico. Un’altra innovazione decisiva è l’introduzione dell’autocampionamento, che consente alle donne di effettuare il prelievo in autonomia, aumentando l’adesione soprattutto nelle aree remote o tra le persone meno inclini ai controlli clinici. Questa combinazione tra vaccino, diagnosi precoce e accessibilità ha reso il modello australiano particolarmente efficace e replicabile.

Italia: coperture tra il 50 e il 70% e forte disomogeneità

Il confronto con l’Italia evidenzia un ritardo significativo. La vaccinazione contro l’HPV è gratuita e offerta attivamente a ragazze e ragazzi a partire dagli 11–12 anni, con possibilità di recupero fino ai 26 anni per le donne e fino ai 18 per i ragazzi. Tuttavia, le coperture reali restano insufficienti.

Le stime, infatti, indicano che tra gli adolescenti italiani la copertura vaccinale si colloca mediamente tra il 50% e il 70%, con forti differenze regionali. Nei giovani adulti la situazione è ancora più critica, con adesioni molto più basse nonostante la gratuità del vaccino. Questo significa che, pur in presenza di un’offerta estesa, l’Italia non ha ancora raggiunto quella protezione di popolazione necessaria per ridurre in modo drastico la circolazione del virus.

Il nodo italiano: offerta gratuita ma adesione insufficiente

Il problema non è l’accesso, ma la partecipazione. Le criticità principali riguardano la scarsa consapevolezza dell’importanza della vaccinazione, le differenze organizzative tra Regioni e una copertura non ancora omogenea nei programmi di recupero per adolescenti e giovani adulti. A questo si aggiunge una partecipazione agli screening cervicali non uniforme sul territorio nazionale, con alcune regioni che raggiungono livelli adeguati e altre che restano sotto le soglie raccomandate. Il risultato è un sistema di prevenzione che funziona, ma non in modo abbastanza esteso da produrre un impatto paragonabile a quello australiano.

Perché il modello australiano pesa sul futuro della prevenzione

Il caso australiano dimostra che il tumore della cervice uterina non è una malattia inevitabile, ma una patologia fortemente prevenibile. La quasi eliminazione tra le under 25 conferma che vaccini e screening organizzati possono cambiare radicalmente la storia naturale della malattia. Per l’Italia, il divario sottolinea una priorità chiara: trasformare l’offerta gratuita in adesione reale e uniforme, riducendo le disuguaglianze territoriali e rafforzando la partecipazione dei giovani. Solo così il potenziale della prevenzione HPV potrà tradursi in una riduzione significativa dei casi nei prossimi anni.

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