Il Dossier “Le Equilibriste 2026” di Save the Children racconta di un desiderio di avere figli che nelle donne italiane continua ad esistere, ma che si scontra con precarietà lavorativa, carenza di servizi e profonde disuguaglianze territoriali. Emilia-Romagna sul podio della classifica nazionale delle regioni più favorevoli alle madri
In Italia si fanno sempre meno figli, ma la questione non riguarda soltanto i numeri della natalità. Il nuovo Dossier “Le Equilibriste 2026” di Save the Children sposta infatti l’attenzione sulle condizioni concrete in cui oggi le donne si trovano a scegliere se diventare madri. Il quadro che emerge è quello di un Paese che da quasi cinquant’anni vive una crisi demografica strutturale e che continua a rendere la genitorialità un percorso complesso, fragile e spesso penalizzante. Dietro il calo delle nascite si intrecciano precarietà economica, difficoltà lavorative, carenza di servizi e un equilibrio sempre più difficile tra vita professionale e familiare. Nel 2025 i nuovi nati sono stati circa 355mila, con un ulteriore calo rispetto all’anno precedente, mentre il tasso di fecondità resta tra i più bassi d’Europa.
Il desiderio di avere figli resta, ma mancano le condizioni
Il dossier evidenzia un aspetto centrale: il desiderio di maternità non è scomparso. Molti giovani continuano a immaginare figli nel proprio futuro, ma tra il desiderio e la possibilità concreta di costruire una famiglia si inseriscono ostacoli sempre più pesanti. Quasi una donna su quattro tra i 25 e i 34 anni dichiara di non avere condizioni lavorative adeguate per poter avere un figlio. La precarietà occupazionale, i salari insufficienti e la difficoltà di raggiungere un’autonomia abitativa rendono la maternità una scelta sempre più complessa da sostenere. Anche per questo motivo l’età in cui si diventa madri continua ad aumentare. Oggi il primo figlio arriva mediamente dopo i 32 anni, segno di una genitorialità sempre più rimandata. Il desiderio di costruire una famiglia non è scomparso tra i giovani italiani. La grande maggioranza delle ragazze e dei ragazzi continua infatti a immaginare figli nel proprio futuro, ma questo desiderio sempre più spesso non riesce a trasformarsi in un progetto concreto nel breve periodo. A frenare la scelta della maternità e della genitorialità sono soprattutto la precarietà lavorativa, l’instabilità economica, gli stipendi bassi e la difficoltà di raggiungere un’autonomia abitativa. In Italia si lascia la casa dei genitori molto più tardi rispetto alla media europea e proprio questa lunga dipendenza economica finisce per rinviare ulteriormente le scelte familiari. Il report sottolinea come non sia venuto meno il desiderio di avere figli, ma la possibilità reale di sostenere economicamente, emotivamente e professionalmente questa scelta.
Il welfare familistico continua a pesare soprattutto sulle donne
Uno degli aspetti che attraversa tutto il dossier riguarda il modello di welfare italiano, ancora fortemente “familistico”. Questo significa che gran parte del peso della cura continua a ricadere sulle famiglie e, in particolare, sulle donne. Nonostante negli ultimi anni sia aumentata la partecipazione femminile al lavoro, la distribuzione delle responsabilità domestiche e familiari resta profondamente squilibrata. In molte famiglie sono ancora le madri a doversi occupare dell’organizzazione quotidiana della casa, della gestione dei figli, degli appuntamenti, delle esigenze scolastiche e sanitarie e della pianificazione della vita familiare. Una responsabilità che spesso si aggiunge al lavoro retribuito e che rende la maternità un equilibrio sempre più difficile da sostenere.
Il peso della child penalty
Uno dei nodi centrali del rapporto riguarda il legame tra maternità e lavoro. La cosiddetta “child penalty”, cioè la penalizzazione professionale che colpisce le donne dopo la nascita di un figlio, continua ad avere effetti profondi su occupazione, redditi e carriere. Per molte donne la maternità coincide ancora con una riduzione delle opportunità lavorative, con il ricorso al part-time involontario o, in alcuni casi, con l’uscita dal mercato del lavoro. Una dinamica che non riguarda allo stesso modo gli uomini e che continua ad ampliare le disuguaglianze di genere. Le differenze territoriali restano marcate. Nel Mezzogiorno il tasso di occupazione femminile è molto più basso rispetto al Nord e molte giovani donne sono costrette a spostarsi altrove per cercare stabilità economica e professionale.
Le fragilità invisibili delle madri
Il dossier accende i riflettori anche sulle condizioni più fragili, spesso meno visibili. Tra queste ci sono le madri sole, le donne economicamente vulnerabili e quelle che subiscono forme di violenza economica, attraverso il controllo delle risorse finanziarie o l’impedimento a lavorare. Accanto alle difficoltà economiche emerge poi il peso del cosiddetto “carico mentale”: l’organizzazione quotidiana della vita familiare, la gestione della cura e la pianificazione costante delle necessità domestiche continuano a ricadere soprattutto sulle donne. Si tratta di un lavoro invisibile che incide profondamente sul benessere psicologico e che contribuisce ad aumentare stress, stanchezza e senso di solitudine, soprattutto tra le madri più giovani.
Il carico mentale: il lavoro invisibile che accompagna la maternità
Accanto alle difficoltà economiche e lavorative, il dossier richiama l’attenzione su un elemento spesso meno visibile ma centrale nella vita delle donne: il cosiddetto “carico mentale”. Non si tratta soltanto delle attività pratiche legate alla cura, ma di tutto il lavoro invisibile di organizzazione, pianificazione e attenzione continua che accompagna la gestione familiare. Ricordare appuntamenti, programmare attività, anticipare bisogni e coordinare la quotidianità richiede tempo, energia e concentrazione costante. Secondo il report, questo carico continua a gravare soprattutto sulle madri e incide profondamente sul benessere psicologico, aumentando stress, stanchezza e senso di solitudine. Una pressione che pesa in modo particolare sulle donne più giovani, spesso già esposte a precarietà lavorativa e incertezza economica.
Le madri più giovani tra fragilità emotive e senso di isolamento
Il dossier dedica inoltre ampio spazio alle giovani madri della Generazione Z, evidenziando come siano tra le più esposte alle difficoltà emotive e psicologiche. Ansia, burnout, senso di isolamento e difficoltà nel conciliare cura, lavoro e vita personale emergono con maggiore frequenza proprio tra le under30. Molte raccontano di sentirsi sole nella gestione della maternità e di non poter contare su reti di supporto sufficienti. In questo quadro, il ruolo dei servizi territoriali, delle comunità educanti e delle reti familiari diventa fondamentale per rendere la maternità meno fragile e meno isolata.
Servizi ancora insufficienti
Una parte importante del rapporto è dedicata ai servizi per l’infanzia e alle politiche di sostegno alla genitorialità. Anche in questo caso emergono forti disuguaglianze territoriali. Gli asili nido restano insufficienti in molte aree del Paese e i congedi parentali non riescono ancora a riequilibrare davvero i carichi di cura all’interno delle famiglie. Il welfare continua così a essere frammentato e spesso incapace di sostenere concretamente le donne nel percorso di maternità.
Il Mothers’ Index fotografa le differenze regionali, Emilia Romagna sul podio
Il Mothers’ Index elaborato insieme all’Istat conferma inoltre quanto il tema della maternità in Italia sia profondamente legato alle disuguaglianze territoriali. A cambiare non sono soltanto i servizi disponibili, ma le stesse possibilità per una donna di conciliare lavoro, figli e autonomia economica. Nel 2026 è l’Emilia-Romagna a conquistare il primo posto della classifica nazionale delle regioni più favorevoli alle madri, superando la Provincia autonoma di Bolzano che aveva mantenuto il primato negli anni precedenti. Restano ai vertici anche Valle d’Aosta e le aree del Centro-Nord, territori in cui pesano positivamente una maggiore occupazione femminile, una rete più ampia di servizi per l’infanzia e politiche territoriali capaci di sostenere maggiormente la genitorialità. Sul fronte opposto, tutte le regioni del Mezzogiorno restano sotto la media nazionale, confermando un divario storico che continua a incidere sulle scelte di vita delle donne. L’Abruzzo è la regione meridionale con i risultati migliori, ma resta comunque lontana dai livelli del Nord. In molte aree del Sud gli asili nido sono ancora insufficienti, i servizi educativi coprono meno del 20% dei bambini tra 0 e 2 anni e il tasso di occupazione delle madri con figli minori scende sotto il 50%, contro valori che nel Nord superano l’80%. Proprio queste differenze alimentano un fenomeno sempre più evidente: migliaia di giovani donne meridionali lasciano il proprio territorio per trasferirsi nel Centro-Nord o all’estero alla ricerca di lavoro, stabilità economica e condizioni più favorevoli per costruire una famiglia. Secondo il dossier, negli ultimi dieci anni oltre 200mila under 35 del Mezzogiorno si sono spostate verso altre aree del Paese, contribuendo a un progressivo impoverimento demografico del Sud. Anche sul fronte dei sostegni alle famiglie emergono forti squilibri: la Sardegna registra il più alto utilizzo del bonus asilo nido, mentre la Calabria resta ultima per accesso alla misura. Le disuguaglianze territoriali attraversano così ogni aspetto della maternità, dal lavoro ai servizi, fino alla possibilità stessa di immaginare un futuro familiare stabile. Ed è proprio questo il punto centrale del rapporto: la denatalità non nasce dalla mancanza di desiderio di avere figli, ma dall’assenza di condizioni che rendano quella scelta sostenibile, concreta e realmente libera per tutte le donne, indipendentemente dalla regione in cui vivono.
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