La BBC ha intervistato la neuroscienziata Zaira Cattaneo (Università di Bergamo) per spiegare come il cervello elabora i volti e cosa accade quando questo meccanismo si interrompe nella prosopagnosia
La prosopagnosia è un disturbo neurologico che compromette la capacità di riconoscere i volti, anche quelli delle persone più familiari e, nei casi più gravi, persino il proprio riflesso allo specchio. Nel podcast scientifico della BBC CrowdScience, la neuroscienziata Zaira Cattaneo dell’Università degli studi di Bergamo ha spiegato che il fenomeno è legato a un’alterazione dei circuiti cerebrali deputati al riconoscimento facciale, fondamentali per distinguere l’identità delle persone. Non si tratta di un problema di vista o di memoria: chi ne è affetto vede correttamente i volti, ma il cervello non riesce a elaborarli come identità riconoscibili. Le ricerche mirano proprio a capire perché questo sistema possa danneggiarsi in modo selettivo, lasciando intatte altre capacità visive come il riconoscimento di oggetti e luoghi, e quali strategie compensative vengano sviluppate da chi convive con il disturbo.
Il ruolo della professoressa Cattaneo nel programma BBC
Nel podcast CrowdScience, dunque, la giornalista Caroline Steel ha approfondito il tema insieme alla neuroscienziata docente presso il Dipartimento di Scienze Umane e Sociali dell’Università di Bergamo, concentrandosi su cosa accade nel cervello quando viene meno la capacità di riconoscere i volti. In questo contesto, la Cattaneo chiarisce che alla base del disturbo vi è un deficit selettivo del riconoscimento facciale, che può derivare da lesioni cerebrali oppure essere presente fin dalla nascita nella forma congenita. Il deficit coinvolge reti neurali specifiche dedicate all’elaborazione dell’identità dei volti, mentre altre funzioni percettive restano generalmente integre.
Strategie di compensazione e adattamento
Quando il riconoscimento dei volti viene meno, il cervello tende ad attivare strategie alternative. Le persone con prosopagnosia imparano infatti a identificare gli altri attraverso voce, postura, acconciatura, abbigliamento o contesto. Questa capacità di adattamento evidenzia la plasticità del cervello, che cerca di mantenere l’interazione sociale anche in presenza di un deficit specifico.
Un sistema complesso e selettivo
Il riconoscimento facciale è il risultato di un sistema articolato che coinvolge più aree cerebrali specializzate. Nel corso della vita, una persona può arrivare a riconoscere migliaia di volti, spesso anche dopo una sola esposizione e a distanza di anni. Quando questo circuito si altera, la difficoltà riguarda in modo selettivo i volti, mentre restano intatte altre capacità percettive, confermando la natura specifica del disturbo.
Oltre i volti: emozioni, fiducia e giudizio sociale
Le ricerche coordinate dall’esperta Zaira Cattaneo hanno permesso di individuare i circuiti neurali coinvolti non solo nel riconoscimento dell’identità, ma anche nell’elaborazione di emozioni, percezione dell’affidabilità e giudizio estetico. Il cervello, quindi, utilizza i volti anche per interpretare segnali sociali complessi, fondamentali nelle relazioni interpersonali.
Le nuove tecniche di stimolazione cerebrale
Attraverso tecniche di stimolazione cerebrale non invasiva, gli studi stanno esplorando la possibilità di modulare l’attività delle aree coinvolte nella percezione sociale. In particolare, la stimolazione a correnti alternate consente di intervenire sulla sincronizzazione delle oscillazioni cerebrali, con effetti già osservati sulle capacità motorie e potenzialmente anche su quelle sociali.
Prospettive cliniche e applicazioni future
Queste ricerche aprono nuove prospettive anche in ambito clinico. Le tecniche di neuromodulazione potrebbero contribuire a potenziare abilità come il riconoscimento delle emozioni o la previsione delle azioni altrui, con possibili applicazioni nel trattamento di disturbi in cui risultano compromesse le capacità di interazione sociale.
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