Uno dei dataset più ampi disponibili conferma che il trapianto di utero può portare a nascite vive nelle donne con infertilità uterina assoluta. I risultati sono incoraggianti, ma non mancano complicanze materne e ostetriche
Il trapianto di utero rappresenta oggi una delle frontiere più avanzate della medicina della riproduzione. Nato per offrire una possibilità alle donne con infertilità da fattore uterino – come nel caso della sindrome di Mayer-Rokitansky-Küster-Hauser o dopo isterectomia – questo intervento ha già portato, dal primo successo nel 2014, alla nascita di oltre 60 bambini nel mondo. A confermare la solidità di questo approccio è ora uno studio coordinato da Liza Johannesson del Baylor University Medical Center, pubblicato su JAMA, che documenta 31 nascite vive in 27 donne sottoposte a trapianto di utero.
I numeri dello studio
La ricerca analizza 44 donne sottoposte a trapianto tra il 2016 e il 2026, uno dei campioni più ampi finora disponibili. A un mese dall’intervento, 37 pazienti avevano un utero trapiantato funzionante. Dopo la procedura, 33 donne hanno effettuato trasferimenti embrionali, per un totale di 90 embrioni trasferiti e 47 gravidanze cliniche. Di queste, 39 sono proseguite oltre la 14ª settimana di gestazione e 31 si sono concluse con una nascita viva. Nel dettaglio, 23 donne hanno avuto un figlio, mentre quattro ne hanno avuti due. Non sono mancati, tuttavia, esiti avversi: si sono verificati aborti sia nel primo sia nel secondo trimestre, a conferma della complessità del percorso.
Come avviene il percorso
Prima del trapianto, le pazienti vengono sottoposte a fecondazione in vitro. Il trasferimento di un singolo embrione avviene almeno tre mesi dopo l’intervento, mentre durante tutto il percorso viene mantenuta una terapia immunosoppressiva associata ad aspirina a basso dosaggio. Il monitoraggio del rischio di rigetto è continuo e prevede biopsie cervicali programmate anche durante la gravidanza. Il parto avviene tramite taglio cesareo, per ridurre il rischio di complicanze legate all’utero trapiantato.
Complicanze materne e ostetriche
Se da un lato i risultati dimostrano la fattibilità della procedura, dall’altro evidenziano la presenza di rischi non trascurabili. Le complicanze materne hanno interessato circa il 30% delle pazienti, includendo diabete gestazionale, ipertensione e, in alcuni casi, preeclampsia o lieve insufficienza renale legata ai farmaci immunosoppressori. Non si sono però registrati eventi gravi come perdita del trapianto o infezioni severe. Sul fronte ostetrico, le complicanze hanno riguardato il 45% delle gravidanze, con eventi come rottura prematura delle membrane, parto pretermine e insufficienza cervicale. In alcuni casi si è verificata emorragia post-partum, talvolta con necessità di isterectomia.
Gli esiti neonatali
Nonostante le criticità, gli esiti per i neonati sono risultati complessivamente favorevoli. Il peso medio alla nascita è stato di circa 2900 grammi, in linea con la media, e tutti i bambini hanno mostrato buoni parametri vitali alla nascita, con punteggi di Apgar adeguati. Tuttavia, il 37% dei neonati ha richiesto ricovero in terapia intensiva neonatale e il 13% ha presentato anomalie congenite.
Pazienti sane e immunosoppressione limitata
Un elemento distintivo del trapianto di utero rispetto ad altri trapianti è il profilo delle pazienti: si tratta, nella maggior parte dei casi, di donne sane, che vengono esposte all’immunosoppressione per un periodo limitato. Secondo gli autori, questa caratteristica potrebbe contribuire ai risultati complessivamente positivi osservati nei neonati, in particolare all’assenza di ritardo di crescita fetale. Il trapianto di utero si conferma quindi una possibilità concreta per le donne senza un utero funzionante, ma resta una procedura complessa, da eseguire esclusivamente in centri altamente specializzati, capaci di integrare chirurgia dei trapianti, medicina della riproduzione e assistenza materno-fetale. La ricerca sottolinea inoltre come siano necessari ulteriori dati per definire meglio i rischi, migliorare la selezione delle pazienti e ottimizzare il counseling. Con il progredire delle conoscenze e l’accumularsi dell’esperienza clinica, questa frontiera della medicina potrebbe diventare sempre più accessibile, aprendo nuove prospettive per la maternità in condizioni finora considerate senza soluzione.
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