Salute 27 Aprile 2026 11:51

Demenza, attività stimolanti nella mezza età ne riducono il rischio

Una ricerca del Trinity College Dublin, pubblicata sul Journal of Alzheimer’s & Dementia, indica che attività come suonare uno strumento, viaggiare e socializzare nella mezza età rafforzano la cognizione e possono ridurre il rischio di demenza, anche in presenza di predisposizione genetica

di Isabella Faggiano
Demenza, attività stimolanti nella mezza età ne riducono il rischio

Suonare il pianoforte, viaggiare all’estero e socializzare con gli amici non sono solo attività ricreative, ma potrebbero rappresentare anche una forma di prevenzione cognitiva. È quanto emerge da una nuova ricerca del Trinity College Dublin che ha analizzato il legame tra stile di vita e rischio di demenza nella mezza età. Lo studio evidenzia che impegnarsi in attività fisicamente, socialmente e intellettualmente stimolanti tra i 40 e i 59 anni è associato a un rafforzamento significativo delle funzioni cognitive, anche nelle persone con predisposizione genetica alla malattia di Alzheimer.

La forza della “combinazione” di stimoli

Secondo i ricercatori, non è una singola attività a fare la differenza, ma la loro combinazione. La varietà di stimoli – fisici, sociali e cognitivi – emerge come elemento chiave per la salute cerebrale. La professoressa Lorina Naci, del Trinity College Institute of Neuroscience e del Global Brain Health Institute, ha spiegato che i benefici osservati nella mezza età risultano inattesi per entità e precocità: attività quotidiane stimolanti migliorano la cognizione decenni prima del declino tipico dell’invecchiamento.

I dati dello studio su 700 adulti

La ricerca ha coinvolto 700 adulti cognitivamente sani tra i 40 e i 59 anni, provenienti da Irlanda e Regno Unito e inseriti in uno studio longitudinale decennale. Un terzo dei partecipanti presentava un rischio genetico per l’Alzheimer a esordio tardivo. Le attività analizzate includevano socializzazione, pratica di strumenti musicali, attività artistiche, esercizio fisico, lettura, apprendimento di una seconda lingua e viaggi. Uno degli aspetti più rilevanti riguarda il confronto tra fattori di rischio genetico e stile di vita. L’associazione positiva tra attività stimolanti e funzione cognitiva è risultata più forte dell’effetto negativo del principale fattore genetico di rischio per l’Alzheimer, l’Apolipoproteina E e4. In altre parole, lo stile di vita attivo e diversificato sembra avere un impatto rilevante sulla cognizione anche in presenza di vulnerabilità genetica.

Fattori di rischio modificabili e prevenzione precoce

Lo studio ha identificato anche i principali fattori modificabili associati a un peggioramento cognitivo: sintomi depressivi e traumi cranici in primo piano, seguiti da diabete, ipertensione, disturbi del sonno e deficit uditivi. Un elemento centrale è che la cosiddetta riserva cognitiva può essere rafforzata già nella mezza età, molto prima dell’eventuale insorgenza della malattia neurodegenerativa.

Verso una prevenzione più precoce e accessibile

La demenza rappresenta una sfida crescente di sanità pubblica: oggi colpisce decine di milioni di persone nel mondo e le stime indicano un forte aumento nei prossimi decenni. Secondo la professoressa Naci, questi risultati spostano il focus della prevenzione: non più soltanto un obiettivo clinico tardivo, ma un intervento possibile nella vita quotidiana attraverso scelte accessibili e a basso costo. Lo studio, inserito nel programma PREVENT-Dementia, suggerisce un approccio più ampio alla salute cerebrale: non solo gestione dei fattori di rischio, ma anche promozione attiva di attività cognitive, sociali e fisiche. Un modello che coinvolge anche le politiche sanitarie, chiamate a rafforzare interventi nella mezza età su salute mentale, fattori cardiovascolari, prevenzione dei traumi e accesso all’apprendimento continuo.

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