Dalla golden hour agli antibiotici pre-ospedalieri fino alla de-resuscitazione: il professor Massimo Antonelli (Policlinico Gemelli) spiega cosa cambia davvero nella gestione della sepsi secondo le raccomandazioni internazionali 2026.
La sepsi continua a rappresentare una delle principali emergenze sanitarie mondiali. Ogni anno colpisce oltre 40 milioni di persone ed è tra le cause di morte più frequentemente evitabili. Le nuove linee guida internazionali 2026 della Surviving Sepsis Campaign, elaborate da European Society of Intensive Care Medicine e Society of Critical Care Medicine, puntano a uniformare diagnosi e trattamento su scala globale.
Prima di tutto, c’è da dire che in Italia si registrano circa 250.000 casi l’anno, con mortalità ospedaliera che si attesta tra il 20% e il 25%, ma può raggiungere il 40% nelle forme più gravi. L’impatto complessivo della sepsi è dunque paragonabile a quello del tumore della mammella, il ché conferma la grande dimensione del problema sanitario.
“La sepsi (e la sua forma più grave, lo shock settico) non è una malattia di per sé, ma una complessa sindrome legata all’evoluzione di un’infezione grave a carico di un qualsiasi organo o apparato del nostro organismo”, spiega Massimo Antonelli, Ordinario di Anestesiologia e Rianimazione all’Università Cattolica del Sacro Cuore e direttore del Dipartimento di Scienze dell’emergenza, anestesiologiche e della rianimazione della Fondazione Gemelli IRCCS. Ed è qui che “la risposta dell’organismo diventa eccessiva e dannosa, causando un crollo della pressione arteriosa e una ridotta perfusione degli organi”.
Diagnosi e fattore tempo: la “golden hour” della sepsi
“La diagnosi di sepsi viene fatta, in un paziente affetto da infezione grave, in presenza di ipotensione grave e di ipoperfusione di vari organi, rispecchiata dall’aumento dei lattati e dalla contrazione della diuresi o dal fatto che il malato appaia confuso”, spiega il professor Antonelli, che insiste sul fatto che questi segni devono attivare immediatamente il sospetto clinico. “Un paziente con infezione grave nel quale compaiano questi sintomi è fortemente sospetto per sepsi e questa situazione va affrontata tempestivamente”.
Il punto centrale delle nuove raccomandazioni è il tempo. “L’evoluzione di un’infezione grave verso la sepsi può essere anche molto rapida e, una volta instauratasi, la sepsi può trasformarsi in una malattia rapidamente mortale”. Per questo le linee guida ribadiscono il concetto della golden hour. “Nel momento in cui la diagnostichiamo, dobbiamo mettere in atto una serie di interventi il più rapidamente possibile, idealmente entro la prima ora”. E proprio questa urgenza operativa rappresenta il vero cambio culturale: per Antonelli è infatti fondamentale non attendere conferme definitive ma agire subito, perché ritardare anche solo di poche ore può ridurre drasticamente le possibilità di sopravvivenza del paziente.
Antibiotici precoci e diagnostica rapida: cosa cambia davvero
“Se c’è un messaggio che emerge con forza dalle linee guida 2026 è questo: non aspettare”. Il professor Antonelli chiarisce che la terapia antibiotica deve iniziare immediatamente nei casi sospetti più gravi. “Nei pazienti con sepsi sospetta o confermata la terapia antibiotica deve essere iniziata immediatamente, idealmente entro la prima ora”.
Una novità concreta riguarda l’assistenza pre-ospedaliera. “Se il tempo per arrivare in ospedale supera i 60 minuti, i medici possono iniziare gli antibiotici già in ambulanza”. Secondo Antonelli questo significa portare la terapia al paziente e non il contrario.
Parallelamente, le linee guida invitano a un uso selettivo dei test genetici rapidi. “Questi test rapidi permettono di identificare il germe causale e la presenza o meno di un gene di resistenza”, ma vanno usati con giudizio. Antonelli evidenzia che la rapidità non deve tradursi in uso indiscriminato di antibiotici: la terapia empirica deve essere successivamente corretta e mirata per limitare le resistenze batteriche.
Fluidi, de-resuscitazione e il messaggio finale delle linee guida
Un altro pilastro terapeutico resta il supporto emodinamico. “Nei pazienti con segni di ipoperfusione (pressione bassa e lattati elevati nel sangue), le linee guida suggeriscono di somministrare almeno 30 mL per kg di peso corporeo entro le prime 3 ore (ad esempio in un paziente di 80 Kg, almeno 2.400 mL di liquidi in tre ore). Nel caso in cui la somministrazione di liquidi non fosse sufficiente a restaurare valori pressori adeguati, aggiungiamo farmaci vasopressori, che determinando vasocostrizione periferica, innalzano la pressione sanguigna”
La vera innovazione è però la de-resuscitazione. “Quando rianimiamo i pazienti con shock settico dobbiamo somministrare una quantità notevole di liquidi”, ma una volta “esaurita la fase di resuscitazione dobbiamo andare a rimuovere questo eccesso di liquidi”.
Antonelli spiega che la rimozione attiva dei fluidi, tramite diuretici o ultrafiltrazione, evita complicanze respiratorie ed edemi tardivi: le linee guida contengono 99 raccomandazioni, ma solo 18 forti, segno che molte decisioni restano cliniche e personalizzate.
“Le linee guida 2026 non introducono una ‘cura miracolosa’, ma rafforzano delle regole e definiscono delle priorità: riconoscere la sepsi il prima possibile, iniziare subito le terapie salvavita, adattare le cure in modo personalizzato”, conclude Antonelli.
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