Uno studio svedese mostra che gli anziani con genotipi APOE a rischio Alzheimer possono ridurre declino cognitivo e demenza consumando carne non processata, aprendo la strada a consigli nutrizionali personalizzati
Una recente ricerca condotta dal Karolinska Institutet di Stoccolma apre nuove prospettive sul ruolo dell’alimentazione nella prevenzione dell’Alzheimer, soprattutto nelle persone geneticamente predisposte. Secondo lo studio pubblicato su JAMA Network Open, chi porta alcune varianti del gene ApoE, note per aumentare il rischio di malattia, potrebbe beneficiare di un consumo moderato di carne, evitando però quella processata come wurstel o salumi.
Uno studio su più di 2.100 anziani
I ricercatori hanno seguito 2.157 adulti con età superiore ai 60 anni, tutti inizialmente privi di demenza, per un periodo fino a 15 anni. L’obiettivo era capire se un consumo maggiore di carne fosse associato a un rallentamento del declino cognitivo e a un rischio più basso di demenza nei portatori dei genotipi APOE e3/e4 e e4/e4. Lo studio ha considerato fattori come età, sesso, livello di istruzione e stile di vita. I risultati sono sorprendenti: le persone ad alto rischio genetico che consumavano circa 870 grammi di carne a settimana, corrispondenti a un consumo medio compatibile con una dieta equilibrata da 2mila calorie giornaliere, mostravano un declino cognitivo più lento e un rischio di demenza significativamente ridotto rispetto a chi ne consumava meno. Al contrario, negli individui senza queste varianti genetiche non sono emerse associazioni simili, suggerendo un effetto specifico legato al genotipo.
Carne non processata meglio della lavorata
Lo studio evidenzia inoltre come il rapporto tra carne processata e carne totale sia importante: un consumo elevato di carne processata è stato associato a un rischio maggiore di demenza, mentre carne rossa non processata e pollame non hanno mostrato effetti negativi. “I nostri dati suggeriscono che le linee guida dietetiche generali potrebbero non essere ottimali per tutti, in particolare per chi ha una predisposizione genetica all’Alzheimer – spiega Jakob Norgren, tra gli autori dello studio -. Per chi conosce di appartenere a questo gruppo ad alto rischio, piccoli cambiamenti nello stile di vita potrebbero avere un impatto concreto sul rischio futuro”. Questa ricerca apre la strada a consigli nutrizionali più mirati, in grado di integrare le informazioni genetiche individuali con abitudini alimentari personalizzate. Se confermati da studi futuri, i risultati potrebbero diventare un utile strumento di prevenzione per chi è maggiormente vulnerabile alla demenza.
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