Uno studio pubblicato su PLOS ONE mostra che il rumore del traffico rappresenta un fattore di stress anche durante le passeggiate nei boschi urbani. L’inquinamento acustico riduce i benefici rigenerativi degli spazi verdi e il suo impatto risulta ancora più marcato proprio negli ambienti naturali
Passeggiare nel verde è da tempo considerato un antidoto naturale allo stress. Eppure, anche nei boschi urbani, il rumore del traffico può compromettere questi benefici. A evidenziarlo è uno studio condotto a Zurigo da Julia Schaupp del Swiss Federal Institute for Forest, Snow and Landscape Research e da Karin Hediger dell’Università di Basilea. Le ricerche precedenti avevano già mostrato come l’esposizione agli spazi verdi possa ridurre il pensiero negativo ripetitivo e favorire la connessione con la natura. Tuttavia, questi studi tendevano a concentrarsi sugli aspetti positivi degli ambienti naturali, trascurando un elemento cruciale: il rumore del traffico come potenziale fattore di stress.
Lo studio: 30 minuti tra città e foresta
La ricerca, uno studio randomizzato controllato su 354 adulti, ha analizzato gli effetti di passeggiate di 30 minuti in ambienti urbani costruiti e in foreste urbane con diversi livelli di rumore del traffico. L’obiettivo era chiaro: isolare l’effetto dell’ambiente – urbano o naturale – tenendo conto dell’impatto dell’inquinamento acustico. I risultati mostrano che il fastidio legato al rumore è:
Ma il dato più interessante è un altro: l’effetto negativo del rumore è risultato ancora più marcato proprio negli ambienti naturali. In altre parole, il contrasto tra natura e suoni artificiali amplifica la percezione del disturbo.
Rumore e benessere: cosa cambia davvero
Nonostante il maggiore fastidio percepito, il rumore del traffico non ha mostrato effetti significativi su altri indicatori psicologici analizzati. Né il pensiero negativo ripetitivo né il senso di connessione con la natura sono risultati influenzati in modo rilevante dai diversi livelli di rumore o dal tipo di ambiente. Un dato che suggerisce come i benefici della camminata – indipendentemente dal contesto – restino comunque presenti. I partecipanti, infatti, hanno riferito pensieri più calmi, positivi e orientati alla soluzione sia nei boschi sia negli ambienti urbani.
Il ruolo del silenzio (e dei suoi intervalli)
Lo studio introduce però un elemento chiave: non conta solo quanto rumore c’è, ma anche come è distribuito nel tempo. La presenza di intervalli di quiete, ovvero momenti senza rumore dominante, contribuisce in modo significativo a ridurre il fastidio percepito. Questo sposta l’attenzione da una semplice riduzione dei decibel a una progettazione più raffinata del paesaggio sonoro urbano.
I limiti dello studio
Gli autori riconoscono alcuni limiti. Le misure utilizzate per valutare il pensiero negativo e la connessione con la natura erano più legate a caratteristiche stabili delle persone che a cambiamenti momentanei, rendendo più difficile cogliere effetti immediati. Inoltre, l’assenza di un gruppo di controllo inattivo non consente di distinguere completamente l’effetto dell’attività fisica da quello dell’ambiente. Anche la durata dell’esposizione, limitata a 30 minuti, potrebbe essere stata troppo breve per evidenziare differenze più marcate.
Città più silenziose per una salute migliore
Nel complesso, i risultati rafforzano l’idea che il rumore ambientale sia un importante fattore di rischio per la salute pubblica. Non basta creare spazi verdi: è necessario renderli davvero rigenerativi, anche dal punto di vista acustico. Ridurre il traffico, progettare aree di quiete e proteggere il silenzio urbano diventano così strategie fondamentali non solo per il benessere psicologico, ma per la qualità della vita nelle città sempre più urbanizzate. Perché, anche immersi nel verde, il rumore della città continua a farsi sentire. E a pesare.
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