One Health 18 Marzo 2026 14:40

Tumore del colon-retto, analizzare le acque reflue per individuare le popolazioni più a rischio

Uno studio pubblicato sul Journal of Epidemiology and Community Health dimostra che biomarcatori del tumore del colon-retto possono essere rilevati nelle acque reflue. Un approccio innovativo che potrebbe affiancare gli screening tradizionali e individuare precocemente le aree a maggiore rischio

di Isabella Faggiano
Tumore del colon-retto, analizzare le acque reflue per individuare le popolazioni più a rischio

La prevenzione e la diagnosi precoce del tumore del colon-retto restano una sfida cruciale di sanità pubblica. Negli Stati Uniti si stimano oltre 150mila nuovi casi l’anno, con questa neoplasia che rappresenta la terza più frequente e la seconda causa di morte oncologica. Oggi lo screening si basa su strumenti consolidati, come la colonscopia o i test non invasivi in grado di individuare tracce tumorali nelle feci. Tuttavia, tra scarsa adesione ai programmi di prevenzione, disuguaglianze nell’accesso alle cure e un aumento dei casi tra le fasce più giovani della popolazione, questi strumenti mostrano limiti evidenti. È in questo scenario che si inserisce uno studio pubblicato sul Journal of Epidemiology and Community Health, che propone una prospettiva innovativa: osservare la salute di una comunità partendo dalle sue acque reflue.

I biomarcatori trovati nelle acque reflue

I ricercatori hanno dimostrato per la prima volta che è possibile individuare RNA umano associato al tumore del colon-retto nelle acque reflue urbane. In particolare, l’analisi si è concentrata su due marcatori: da un lato il GAPDH, utilizzato come riferimento per normalizzare i dati, e dall’altro il CDH1, un biomarcatore legato alla presenza di neoplasia colorettale. Il risultato più rilevante è che livelli più elevati di CDH1, rapportati al GAPDH, risultano associati alla presenza del tumore. Questo segnale, infatti, è stato rilevato nei campioni analizzati, suggerendo che le acque reflue possano contenere informazioni utili sul carico di malattia in una popolazione.

Come è stato condotto lo studio

La ricerca ha preso in esame quattro aree residenziali di una contea del Kentucky, selezionate in base alla loro incidenza di tumore del colon-retto. Tre di queste presentavano un numero elevato di casi, mentre una quarta è stata utilizzata come area di controllo. Per ottenere una fotografia il più possibile rappresentativa, i campioni di acque reflue sono stati raccolti in diversi momenti della giornata. Successivamente, grazie a tecniche avanzate di biologia molecolare, in particolare la PCR digitale a goccioline, i ricercatori hanno potuto quantificare la presenza dei biomarcatori tumorali. I risultati hanno mostrato differenze interessanti tra le aree analizzate. In uno dei cluster con alta incidenza si è registrato un valore medio particolarmente elevato, mentre negli altri cluster e nell’area di controllo i livelli sono rimasti più contenuti. Un dato che suggerisce una possibile correlazione tra la concentrazione del biomarcatore e la diffusione della malattia nella popolazione.

Perché è una scoperta importante
L’idea alla base dello studio è tanto semplice quanto innovativa: ogni volta che una persona utilizza i servizi igienici, rilascia tracce biologiche che finiscono nel sistema fognario. Queste tracce, aggregate a livello di comunità, possono diventare una fonte preziosa di informazioni sanitarie. In questo modo, diventa possibile osservare lo stato di salute di intere popolazioni senza coinvolgere direttamente i singoli individui. Un approccio che richiama quanto già avvenuto durante la pandemia da Covid-19, quando il monitoraggio delle acque reflue ha consentito di anticipare la diffusione del virus.

Le possibili applicazioni

Secondo gli autori, questo sistema potrebbe avere implicazioni rilevanti per la sanità pubblica. La capacità di intercettare precocemente segnali di rischio permetterebbe, ad esempio, di individuare aree con un’alta probabilità di casi ancora non diagnosticati, orientando così interventi mirati. Allo stesso tempo, potrebbe contribuire a rendere più efficienti le campagne di screening, concentrando le risorse dove sono realmente necessarie e riducendo i costi complessivi della prevenzione. Inoltre, una mappatura più precisa del rischio potrebbe favorire diagnosi più tempestive e, in parallelo, individuare zone in cui il rischio appare più basso, evitando interventi non necessari.

I limiti dello studio

Nonostante i risultati promettenti, si tratta di uno studio preliminare. Il numero ridotto di campioni non consente ancora di trarre conclusioni definitive, né di effettuare analisi statistiche solide. Restano inoltre diversi aspetti da approfondire. Non è ancora del tutto chiaro quanto il segnale rilevato nelle acque reflue rifletta con precisione il numero reale di casi presenti nella popolazione, né quale sia il contributo di eventuali tumori non diagnosticati. A questo si aggiungono le possibili variazioni legate ai tempi di campionamento e le incognite sulla stabilità dei biomarcatori all’interno del sistema fognario. Anche la presenza di segnali nell’area di controllo suggerisce che il fenomeno sia più complesso di quanto possa apparire.

Le prospettive future

Gli autori definiscono questo lavoro una “proof of concept”, ovvero una dimostrazione preliminare di fattibilità. I prossimi passi saranno fondamentali per comprendere se questo approccio potrà essere realmente applicato su larga scala. Sarà necessario ampliare il numero di campioni, migliorare la precisione delle misurazioni e integrare i dati con quelli dei registri oncologici. Allo stesso tempo, non potranno essere trascurate le implicazioni etiche e di privacy, soprattutto considerando che in comunità ristrette anche pochi casi potrebbero influenzare significativamente i risultati. Se confermata, questa strategia potrebbe affiancare gli strumenti tradizionali di screening, trasformando le acque reflue in un osservatorio silenzioso ma estremamente potente per la prevenzione oncologica.

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