Pratiche spirituali come meditazione, preghiera e partecipazione a comunità religiose riducono il rischio di uso pericoloso di alcol e droghe. Lo conferma una meta-analisi su oltre mezzo milione di persone pubblicata su JAMA Psychiatry
Praticare attività spirituali, dalla meditazione alla preghiera, fino alla partecipazione alla vita di comunità religiose, riduce significativamente il rischio di dipendenza da alcol, tabacco, marijuana e droghe illecite. Lo dimostra un’analisi, guidata dai ricercatori della Harvard T.H. Chan School of Public Health, appena pubblicata su JAMA Psychiatry. Si tratta del primo studio che sintetizza in modo sistematico dati longitudinali sull’argomento, offrendo un quadro chiaro dell’associazione tra spiritualità e salute.
Meta-analisi su mezzo milione di persone
I ricercatori hanno selezionato 55 studi rigorosi tra oltre 20mila pubblicati tra il 2000 e il 2022, seguendo complessivamente più di mezzo milione di individui. L’analisi ha considerato pratiche spirituali di ogni tipo, religiose e non, che offrono agli individui un senso di scopo, significato e connessione con qualcosa di più grande. I risultati evidenziano che il coinvolgimento in comunità spirituali o religiose, la partecipazione a servizi religiosi, la meditazione e la preghiera riducono del 13% il rischio di uso pericoloso di sostanze. La protezione sale al 18% tra chi partecipa ai servizi religiosi almeno una volta alla settimana, con un effetto coerente su tutte le sostanze considerate.
Implicazioni per clinici e comunità
I ricercatori sottolineano che i dati hanno implicazioni pratiche: i medici potrebbero discutere con i pazienti il ruolo della spiritualità nella loro vita e incoraggiare pratiche rilevanti per chi le considera importanti. Allo stesso tempo, comunità religiose e organizzazioni sanitarie potrebbero collaborare per fornire strumenti mirati a contrastare stress, solitudine e perdita di significato, fattori spesso alla base dell’abuso di sostanze. “I nostri risultati indicano che la spiritualità può avere un effetto protettivo contro l’abuso di sostanze, una delle sfide più importanti della salute pubblica – conclude Howard Koh, autore principale dello studio -. Utilizzarla come risorsa concreta può contribuire a migliorare la salute di individui e famiglie, rafforzando la prevenzione e il benessere complessivo”.
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