Pregliasco: ""Non si tratta di demonizzare la Rete, ma di riconoscerne i limiti quando entra nel campo della diagnosi e della terapia"
“Il dato più importante non è che i pazienti cercano online, ma che continuano in larga maggioranza a non agire senza il medico. Ciò significa che la fiducia nel medico resiste, ma va coltivata, che il medico deve diventare interprete e guida, non solo prescrittore e che il dialogo deve includere esplicitamente: “Cosa ha letto online?”. Siamo quindi passati nell’epoca dell’intelligenza artificiale dal dialogo a due a un triangolo: medico, paziente e informazione digitale. Governare questo triangolo è la vera sfida della sanità contemporanea”. Così Fabrizio Pregliasco, direttore della scuola di specializzazione in igiene e medicina preventiva Università degli Studi di Milano La Statale, alla vigilia dell’evento di presentazione a Roma di CAREmotions, un nuovo progetto di divulgazione scientifica dedicato a come i giovani si informano sui temi della salute e ai linguaggi più efficaci per dialogare con le nuove generazioni, organizzato da Fondazione MSD.
Poi, nello specifico sui giovani: “Le ricerche sul web e con l’IA sono affidabili? Dipende. Non sono “inaffidabili per definizione”, ma non sono nemmeno affidabili in modo automatico. I giovani sono la fascia che più usa l’IA come primo strumento: tra i 18-34 anni l’AI viene usata più di Google (72,9% vs 57,4%). Questo cambia radicalmente il modo di informarsi: non si cercano più fonti, ma si ottiene una risposta pronta. Il problema principale non è la tecnologia, ma l’effetto “autorevolezza”. L’IA spesso fornisce risposte molto fluide, convincenti, ordinate e apparentemente scientifiche. Ma può semplificare troppo, non distinguere gravità e urgenza, mescolare informazioni corrette e scorrette e non contestualizzare il caso clinico reale”.
“La motivazione principale della ricerca sanitaria online resta capire i sintomi (41,5%). Quindi l’uso è spesso “orientativo”, ma il rischio è che diventi autodiagnosi. Il dato più importante è che il 60,5% giudica l’affidabilità delle informazioni online o IA come “media”. Quindi gli italiani, giovani inclusi, non sono ingenui: sanno che è utile, ma non completamente sicuro. Il punto chiave è che l’informazione digitale deve restare un supporto, non una diagnosi. Il rischio reale emerge quando la ricerca online genera dubbio verso la terapia o peggio porta a modificare cure”.
“Il Rapporto della Fondazione Pensiero Solido, presentato qualche giorno fa a Milano, segnala che il 14,1% ha modificato o interrotto una terapia basandosi su web o IA senza consultare un medico. Web e intelligenza artificiale possono essere strumenti utili per orientarsi, ma non sono strumenti clinici: nei giovani il rischio non è cercare informazioni, ma scambiare una risposta convincente per una diagnosi. La vera affidabilità nasce dall’integrazione tra informazione digitale e valutazione medica”.
“Non si tratta di demonizzare web o intelligenza artificiale, che possono essere strumenti preziosi di orientamento e prevenzione, ma di riconoscerne i limiti quando entrano nel campo della diagnosi e della terapia. Per questo serve una strategia di sanità pubblica: educazione digitale, fonti certificate facilmente accessibili e strumenti di IA trasparenti e validati, così che l’innovazione rafforzi — e non indebolisca — la relazione di cura”, conclude Pregliasco.