Salute 9 Febbraio 2026 10:41

Dipendenza da alcol: come cambia il cervello a livello molecolare

Recettori e geni chiave risultano alterati nelle aree decisionali ed emotive. Le modifiche spiegano craving e ricadute e aprono la strada a cure più mirate.

di Arnaldo Iodice
Dipendenza da alcol: come cambia il cervello a livello molecolare

Il consumo cronico di alcol non è soltanto un’abitudine dannosa o un fattore di rischio comportamentale: nel tempo diventa una forza capace di riscrivere la biologia del cervello. Uno studio condotto dai ricercatori dell’Istituto di Neuroscienze dell’Università Miguel Hernández e del CSIC mostra che anni, anzi decenni, di esposizione all’alcol modificano in modo stabile l’espressione genica in aree cerebrali cruciali per la ricompensa, il controllo degli impulsi e le decisioni. Non si tratta quindi solo di alterazioni funzionali temporanee, ma di cambiamenti profondi nell’assetto molecolare delle cellule nervose.

Come sottolinea il professor Jorge Manzanares dell’UMH, autore senior dello studio, “il disturbo da uso di alcol è una delle principali cause di malattia e morte in tutto il mondo, eppure, nonostante il suo enorme impatto sociale e sanitario, le opzioni terapeutiche disponibili rimangono limitate”.

Comprendere cosa accade nel cervello dopo trent’anni o più di consumo diventa allora un passaggio obbligato per sviluppare trattamenti più efficaci e meno empirici.

Il sistema endocannabinoide e le trasformazioni genetiche nelle aree della dipendenza

Per andare oltre le ipotesi generiche, i ricercatori hanno analizzato direttamente tessuto cerebrale post-mortem di persone con una lunga storia di consumo cronico, in media 35 anni. La scelta metodologica è stata precisa: concentrarsi sul sistema endocannabinoide, una rete neurobiologica che modula piacere, motivazione, memoria e risposta allo stress, tutte funzioni strettamente intrecciate con i meccanismi della dipendenza. Questo sistema comprende recettori come CB1 e CB2, ligandi endogeni e enzimi come FAAH e MGLL che ne regolano la degradazione.

“Questo sistema agisce come un modulatore finemente regolato dell’attività cerebrale e svolge un ruolo centrale nella ricompensa e nella motivazione”, spiega Manzanares. L’analisi ha riguardato in particolare la corteccia prefrontale, responsabile di pianificazione e autocontrollo, e il nucleo accumbens, fulcro dei circuiti della gratificazione.

I risultati sono netti: il gene del recettore CB1 aumenta del 125% nella corteccia prefrontale e del 78% nel nucleo accumbens, potenziando i meccanismi di rinforzo che alimentano il craving. Al contrario, il recettore CB2, associato a funzioni neuroprotettive e antinfiammatorie, si riduce di circa la metà, lasciando il cervello più vulnerabile ai danni. Anche GPR55 e l’enzima FAAH mostrano variazioni opposte tra le due regioni, segno che l’alcol non produce un effetto uniforme ma riorganizza finemente l’equilibrio biochimico dei circuiti decisionali ed emotivi. È come se l’architettura molecolare del cervello venisse lentamente riprogrammata per favorire la dipendenza e indebolire i freni cognitivi.

Dalla biologia alla clinica: perché queste scoperte contano davvero

Questi dati non sono semplici curiosità da laboratorio, ma offrono una chiave concreta per capire perché chi soffre di disturbo da uso di alcol fatichi tanto a smettere anche quando è consapevole dei danni. Se i geni che regolano ricompensa e controllo degli impulsi vengono alterati per anni, il problema non è più soltanto “volontà” o “motivazione”, ma una vulnerabilità biologica strutturale. Il cervello diventa meno capace di pianificare e più sensibile agli stimoli gratificanti immediati. Il valore aggiunto dello studio sta anche nella qualità dei campioni, provenienti da individui che non facevano uso di altre droghe, permettendo di isolare gli effetti specifici dell’alcol. Questo dettaglio metodologico rafforza l’affidabilità dei risultati e riduce le ambiguità interpretative. In prospettiva clinica, sapere quali recettori o enzimi risultano alterati consente di pensare a terapie mirate, farmaci che modulino selettivamente il sistema endocannabinoide invece di intervenire in modo generico. La medicina delle dipendenze potrebbe così passare da strategie approssimative a interventi più personalizzati.

Nuovi bersagli terapeutici e una visione meno moralistica della dipendenza

La lezione più importante che emerge da questa ricerca è culturale oltre che scientifica. La dipendenza da alcol non può più essere letta solo come un problema di comportamento o di responsabilità individuale, ma come una condizione in cui l’esperienza prolungata modifica fisicamente il cervello. Questo non toglie spazio alla responsabilità personale, ma sposta l’attenzione sulla necessità di strumenti terapeutici adeguati. Identificare bersagli come CB1, CB2, GPR55 o FAAH significa aprire la strada a trattamenti farmacologici capaci di ristabilire un equilibrio neurochimico compromesso. In altre parole, se l’alcol ha rimodellato i circuiti della ricompensa, la terapia dovrà lavorare su quegli stessi circuiti, non limitarsi a consigli o interventi psicologici isolati. Lo studio suggerisce un cambio di passo: affrontare l’alcolismo come una malattia cerebrale cronica, con basi molecolari misurabili e quindi potenzialmente correggibili. È una prospettiva più realistica e, soprattutto, più utile per chi cerca davvero una via d’uscita.

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