Uno studio statunitense rivela che gli indumenti a maniche lunghe dei professionisti sanitari possono ospitare batteri potenzialmente pericolosi. Il pile è il materiale più contaminabile
Non sono pochi gli aneddoti storici sui più bizzarri veicoli di infezioni ospedaliere: si va dallo stetoscopio colonizzato dallo Staphylococcus aureusal, alle cravatte dei medici, spesso non lavate, e per questo costellate di batteri. Da qui, oggi l’attenzione si è spostata sull’abbigliamento degli operatori sanitari, in particolare sulle maniche lunghe che, secondo uno studio statunitense, possono essere frequentemente contaminate da microrganismi, alcuni dei quali potenzialmente pericolosi.
Lo studio: maniche sotto la lente
La ricerca, condotta da Maria F. Sanes Guevara e colleghi dell’UPMC Presbyterian di Pittsburgh, ha analizzato 280 campioni prelevati dalle maniche degli operatori sanitari impegnati nell’assistenza diretta ai pazienti ricoverati. I risultati mostrano che l’81,1% delle maniche lunghe presentava crescita batterica, mentre il 20,7% ospitava almeno un patogeno potenziale. Tra gli organismi identificati figurano streptococchi alfa-emolitici (28 casi), diverse specie di Bacillus (20 casi), Pantoea e Mixta (8 casi), bacilli gram-negativi (6 casi) e in due casi Staphylococcus aureus, noto per la sua capacità di causare infezioni anche gravi.
Materiali e reparti a confronto
I ricercatori hanno evidenziato differenze significative tra i materiali: il pile si è confermato il più “ospitale” per i batteri, con oltre il 41% delle maniche contaminate, seguito dai tessuti sintetici non in pile (32,8%) e dal cotone (24,1%). Anche la distribuzione nei reparti è risultata significativa: il 69,6% delle maniche nei reparti ordinari presentava crescita batterica, contro il 30,4% delle maniche delle unità di terapia intensiva, dove le misure di controllo delle infezioni sono più rigorose.
Strategie semplici e a basso costo
“Un gesto semplice come rimboccarsi le maniche – spiega Fabio Beatrice, a capo del board scientifico del MOHRE (Mediterranean Observatory on Harm Reduction) – può fare la differenza nella lotta contro le infezioni nosocomiali. Anche orologi e anelli possono diventare ricettacoli di batteri, quindi è opportuno rimuoverli in contesti di cura e rafforzare il lavaggio e la disinfezione delle mani. Alcune operazioni andrebbero eseguite con camici monouso con allacciatura posteriore, mascherine e guanti. I presidi devono essere adeguati alle specificità del reparto, in particolare in presenza di pazienti fragili”.
“Bare below the elbows”: la politica già adottata
La riduzione della contaminazione può essere ottenuta con un gesto ancora più semplice: arrotolare le maniche ed estendere l’igiene delle mani fino ai polsi. Lo studio non ha trovato prove dirette di trasmissione dai vestiti agli assistiti, ma ha osservato che anche gli indumenti appena lavati si contaminano entro poche ore dall’uso, sollevando dubbi sull’efficacia delle sole pratiche di lavaggio. Nel Regno Unito esiste già da tempo la politica chiamata “bare below the elbows”, che incoraggia gli operatori sanitari a non indossare maniche lunghe. La Society for Healthcare Epidemiology of America la sostiene da oltre un decennio, mentre negli Stati Uniti le regole dipendono dai singoli ospedali. La contaminazione delle maniche lunghe è un fenomeno frequente e riguarda anche patogeni potenzialmente pericolosi. Sebbene non sia stata dimostrata una trasmissione diretta ai pazienti, cambiare le abitudini sull’abbigliamento potrebbe ridurre la trasmissibilità batterica e contribuire alla prevenzione delle infezioni nosocomiali.
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