Advocacy e Associazioni 3 Febbraio 2026 17:27

Mutilazioni genitali femminili, ActionAid: “Milioni stanziati ma nessun monitoraggio”

Dopo due decenni dall’approvazione della legge italiana contro le mutilazioni genitali femminili, ActionAid denuncia un divario ancora aperto tra norma e realtà: fondi assegnati ma non tracciati, interventi frammentati e assenza di dati sugli esiti

di I.F.
Mutilazioni genitali femminili, ActionAid: “Milioni stanziati ma nessun monitoraggio”

A vent’anni dall’approvazione della legge 7/2006, che in Italia ha introdotto un quadro normativo specifico contro le mutilazioni genitali femminili (MGF), l’attuazione resta ancora opaca e discontinua. È l’allarme lanciato da ActionAid a pochi giorni dalla Giornata internazionale contro le mutilazioni genitali femminili, che si celebra il 6 febbraio, attraverso un’analisi che mette in luce una distanza profonda tra gli stanziamenti previsti e la reale capacità del sistema di prevenire, proteggere e accompagnare donne e bambine. Secondo i dati raccolti dall’organizzazione, tra il 2011 e il 2025 al Dipartimento per le Pari Opportunità sono stati assegnati 14,6 milioni di euro, ma oltre 9,1 milioni non risultano utilizzati. Anche il Ministero della Salute, tra il 2005 e il 2025, ha trasferito alle Regioni più di 18,3 milioni di euro destinati ad attività di prevenzione, formazione e assistenza. Il problema, sottolinea ActionAid, non è solo economico: a fronte di queste risorse, mancano informazioni complete sugli interventi realizzati, sui territori coinvolti e sui risultati ottenuti. Un vuoto che rende impossibile valutare l’efficacia delle politiche pubbliche e garantire una tutela uniforme su tutto il territorio nazionale.

Il nodo del numero verde: poche chiamate, nessuna trasparenza

Un esempio emblematico di questa frammentazione riguarda il numero verde nazionale contro le mutilazioni genitali femminili (800.300558), attivo dal 2009 e gestito dal Ministero dell’Interno. In sedici anni ha registrato appena 228 telefonate, con un’assenza totale di chiamate nel triennio 2017–2019 e solo 9 segnalazioni riconducibili a casi di MGF. Numeri che appaiono ancora più critici se confrontati con i quasi 5 milioni di euro allocati tra il 2009 e il 2025 per il suo funzionamento, di cui oltre 3,6 milioni non risultano spesi. Anche in questo caso, manca ogni informazione sugli esiti delle segnalazioni e sui percorsi di protezione attivati. Per ActionAid, l’integrazione del numero verde nel 1522, linea nazionale antiviolenza, rappresenterebbe una scelta più efficace e coerente.

Un impatto grave e duraturo sulla salute

Le mutilazioni genitali femminili comportano conseguenze sanitarie profonde e permanenti, con complicanze immediate e a lungo termine: problemi ginecologici, ostetrici, sessuali e psicologici, oltre a un aumento dei rischi durante la gravidanza e il parto. Ed è proprio alla luce di questi impatti che la mancanza di un sistema strutturato appare ancora più grave, soprattutto se rapportata alla dimensione del fenomeno nel nostro Paese. Secondo le stime più recenti elaborate dall’Università di Milano-Bicocca, al 1° gennaio 2023 circa 88.500 donne e ragazze sopra i 15 anni residenti in Italia hanno già subito una mutilazione genitale femminile. A queste si aggiungono circa 16mila bambine sotto i 15 anni potenzialmente a rischio, 9.000 delle quali nate in Italia.

“Interventi sporadici, casi che emergono per caso”

“In Italia la prevenzione delle mutilazioni genitali femminili e la protezione delle donne e delle bambine che le hanno subite non fanno ancora parte di un sistema strutturato e coordinato. Gli interventi sono frammentati, le attività di prevenzione sporadiche e l’emersione dei casi avviene spesso in modo casuale”, dichiara Isabella Orfano, esperta di diritti delle donne di ActionAid. Spesso, spiega l’organizzazione, le situazioni emergono solo quando le donne entrano in contatto con i servizi sanitari per altri motivi: una visita medica, un parto, oppure un contesto di violenza domestica.

La richiesta: trasparenza, coordinamento e integrazione nel sistema antiviolenza

ActionAid chiede un cambio di passo immediato per colmare il divario tra norma e pratica. La priorità, secondo l’associazione, è ristabilire obblighi chiari di trasparenza e rendicontazione pubblica sull’utilizzo dei fondi e sull’attuazione della legge 7/2006, sia a livello nazionale sia regionale. Parallelamente, le mutilazioni genitali femminili devono essere integrate in modo strutturale nel sistema nazionale antiviolenza, superando l’attuale frammentazione di interventi episodici e residuali. L’esperienza del modello di “catena di intervento” sviluppato da ActionAid a Milano e Roma dimostra che un approccio territoriale coordinato e multi-agenzia può funzionare, ma richiede riconoscimento istituzionale e risorse stabili per essere esteso su scala nazionale. “Perché funzioni davvero, questo modello deve essere riconosciuto e sostenuto a livello istituzionale, diventando parte integrante del sistema nazionale antiviolenza. In assenza di questi passaggi, il rischio è che la legge continui a rimanere sulla carta”, conclude Orfano.

Un problema globale, radicato nelle disuguaglianze di genere

Le mutilazioni genitali femminili restano un fenomeno globale: oltre 230 milioni di ragazze e donne nel mondo hanno subito una forma di MGF e circa 4 milioni rischiano ogni anno di esservi sottoposte prima dei 15 anni. La pratica è documentata in almeno 94 Paesi e continua a essere giustificata in molte comunità come tradizione, requisito sociale o presunto precetto religioso, senza alcun fondamento scientifico o religioso. Alla base, norme di genere discriminatorie e fattori socio-economici strutturali. Nonostante i progressi normativi, ActionAid avverte che senza un reale cambiamento culturale i risultati restano fragili. Il recente caso del Gambia, dove sono stati presentati ricorsi per mettere in discussione il divieto introdotto dal Women’s Act del 2015, mostra quanto siano possibili arretramenti anche in presenza di leggi specifiche. ActionAid è impegnata da anni nella prevenzione e nel supporto alle donne e alle ragazze che hanno subito mutilazioni genitali femminili, sia in Italia sia nei Paesi in cui opera, tra cui Uganda, Kenya, Nigeria, Liberia, Gambia e Somaliland, anche attraverso progetti europei come Safe e la rete europea End FGM-EU.

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