Salute 30 Gennaio 2026 10:41

Nuovi farmaci antiobesità: “Alleati anche della salute mentale: uno scudo contro depressione”

Gli agonisti del recettore GLP-1 possono contrastare l’aumento di peso indotto dagli antipsicotici e, secondo nuove evidenze, potrebbero contribuire a ridurre il rischio di depressione e disturbo bipolare

di I.F.
Nuovi farmaci antiobesità: “Alleati anche della salute mentale: uno scudo contro depressione”

Non sono più soltanto i farmaci simbolo della rivoluzione contro obesità e diabete. I nuovi trattamenti metabolici, come semaglutide, liraglutide e tirzepatide, stanno attirando l’attenzione anche della psichiatria, perché potrebbero diventare alleati preziosi per la salute mentale. Da un lato aiutano a contenere uno degli effetti collaterali più temuti delle terapie antipsicotiche: l’aumento di peso, che spesso compromette l’aderenza alle cure. Dall’altro, iniziano ad emergere segnali di un possibile ruolo nel ridurre il rischio di disturbi dell’umore, come depressione maggiore e disturbo bipolare. Un intreccio tra cervello e metabolismo che è stato al centro di una sessione dedicata al XXVII congresso nazionale della Società Italiana di Neuropsicofarmacologia (Sinpf), che si è chiuso oggi a Milano, dove sono stati commentati due studi pubblicati recentemente su JAMA Psychiatry e BMC Psychiatry.

Quando il peso diventa un ostacolo alla terapia

Uno dei principali problemi nel trattamento della psicosi è l’impatto metabolico degli psicofarmaci. L’aumento di peso indotto dagli antipsicotici non è solo un disagio estetico: può portare a complicanze cardiovascolari e diabetiche e, soprattutto, spingere molti pazienti ad abbandonare le cure. È qui che entra in gioco lo studio condotto dai ricercatori dell’Ospedale Universitario Charité di Berlino e pubblicato su JAMA Psychiatry. “Si tratta di un problema che spesso porta i pazienti a interrompere le cure o a sviluppare gravi complicanze metaboliche”, spiega Matteo Balestrieri, già professore di psichiatria all’Università di Udine e co-presidente Sinpf. I risultati mostrano che, nei pazienti in terapia antipsicotica, l’utilizzo di semaglutide ha portato a una riduzione media del peso corporeo dell’8% in 24 settimane. Con liraglutide la perdita si è attestata intorno al 5%. Un dato significativo, soprattutto se confrontato con la stabilità del peso osservata nel gruppo trattato con metformina, lo standard attuale. “Per la prima volta – aggiunge Claudio Mencacci, direttore emerito del Dipartimento di Neuroscienze dell’ospedale Fatebenefratelli Sacco di Milano e co-presidente Sinpf – abbiamo uno strumento efficace non solo per curare la mente, ma per proteggere il corpo dei pazienti psichiatrici”. I GLP-1 agiscono infatti sui centri della sazietà nel cervello, contrastando l’iperfagia, cioè la fame eccessiva spesso indotta dagli psicofarmaci.

Un possibile effetto anche su depressione e disturbo bipolare

Ma la ricerca non si ferma alla bilancia. Lo studio pubblicato su BMC Psychiatry, condotto dalla Seoul National University Biomedical Informatics su oltre 360 mila persone, ha esplorato un’ipotesi ancora più ambiziosa: che il sistema GLP-1 possa essere direttamente coinvolto nei circuiti biologici che regolano l’umore. Gli scienziati hanno utilizzato la tecnica della randomizzazione mendeliana, un approccio genetico che permette di indagare relazioni causali tra fattori biologici e malattie. “I risultati parlano chiaro: una maggiore attività genetica del recettore GLP-1 è associata a una riduzione del rischio di depressione maggiore e disturbo bipolare”, afferma Balestrieri. Secondo gli autori, questa è la prima prova genetica che suggerisce come il GLP-1 non regoli soltanto l’insulina, ma influenzi anche i meccanismi della regolazione affettiva.

Verso una psichiatria di precisione

Queste evidenze rafforzano un concetto sempre più centrale: corpo e mente non sono compartimenti separati. Il metabolismo e il cervello dialogano costantemente, e intervenire su uno può avere effetti sull’altro. “Queste evidenze aprono la strada a una psichiatria di precisione, dove i farmaci metabolici potrebbero diventare coadiuvanti fondamentali nel trattamento dei disturbi dell’umore”, sottolinea Mencacci. L’approccio diventa così più olistico: stabilizzare il metabolismo può significare anche rendere più tollerabili le terapie psichiatriche, migliorare l’aderenza e ridurre l’impatto di effetti collaterali che spesso scoraggiano i pazienti. In prospettiva, anche la genetica potrebbe aiutare a identificare chi potrebbe beneficiare maggiormente di questi trattamenti. Le nuove evidenze suggeriscono dunque che gli agonisti GLP-1 potrebbero rappresentare molto più di una terapia per perdere peso: un potenziale strumento per rendere la psichiatria più integrata, più personalizzata e più attenta alla salute complessiva della persona. “Utilizzare i GLP-1 in psichiatria significa non solo rendere le cure più tollerabili, ma potenzialmente intervenire sulle radici biologiche dei disturbi dell’umore”, concludono gli esperti.

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