Nutri e Previeni 20 Novembre 2025 12:30

Fibrillazione atriale, una tazzina di caffè al giorno la riduce. Lo dice la scienza

Un nuovo studio, pubblicato su JAMA, dimostra che un consumo moderato di caffeina è sicuro e potrebbe proteggere il cuore, grazie a effetti anti-infiammatori e diuretici

di I.F.
Fibrillazione atriale, una tazzina di caffè al giorno la riduce. Lo dice la scienza

Bere caffè può davvero aiutare chi soffre di fibrillazione atriale? La risposta arriva da un trial clinico multicentrico condotto tra Stati Uniti, Canada e Australia, pubblicato sulla rivista JAMA. Duecento pazienti con fibrillazione atriale persistente o flutter atriale, tutti sottoposti a cardioversione elettrica, sono stati seguiti per sei mesi. I partecipanti sono stati divisi in due gruppi: uno ha continuato a consumare almeno una tazzina di caffè al giorno, l’altro ha osservato l’astinenza completa da caffeina. I risultati sono chiari: “Chi ha continuato a bere caffè ha avuto una riduzione del 39% del rischio di recidiva rispetto a chi ha evitato la caffeina – spiega Gregory Marcus, autore principale dello studio -. La caffeina potrebbe proteggere dalle aritmie grazie ai suoi effetti anti-infiammatori e diuretici”.

Migliore dei sistemi esistenti, senza rischi aggiuntivi

Durante lo studio, la recidiva di fibrillazione atriale o flutter è stata osservata nel 47% dei consumatori di caffè, contro il 64% di chi era a digiuno di caffeina. Non sono stati rilevati eventi avversi significativi tra i due gruppi, confermando la sicurezza di un consumo moderato. “Questi dati spezzano una lancia a favore del consumo responsabile di caffè – aggiunge Marcus -. Non sostituisce farmaci né procedure cardiologiche, ma può essere considerato come parte di uno stile di vita equilibrato”.

Un messaggio chiaro per medici e pazienti

Oltre ai numeri, lo studio DECAF porta un messaggio pratico: il caffè non è automaticamente pericoloso per chi soffre di fibrillazione atriale. Al contrario, una tazzina al giorno può essere un alleato nella gestione quotidiana del disturbo. “Non si tratta di incoraggiare un consumo eccessivo – sottolinea Marcus – ma di dimostrare che un uso moderato può ridurre le recidive e migliorare la qualità della vita dei pazienti”.


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