Salute 13 Novembre 2025 11:39

Psichiatria, la metà dei pazienti si scontra con il muro della resistenza: “Non è fallimento, ma un’opportunità di cura”

Depressione, schizofrenia e disturbo ossessivo-compulsivo sono tra i disturbi più colpiti dalla resistenza ai trattamenti. Gli esperti della Sip invitano a cambiare prospettiva

di I.F.
Psichiatria, la metà dei pazienti si scontra con il muro della resistenza: “Non è fallimento, ma un’opportunità di cura”

Per milioni di persone affette da disturbi psichici come depressione maggiore, schizofrenia e disturbo ossessivo-compulsivo, trovare il trattamento giusto può rivelarsi un percorso lungo e complesso. Secondo gli esperti della Società Italiana di Psichiatria (SIP), dal 30% al 60% dei pazienti non risponde adeguatamente alle terapie standard: una condizione definita “resistenza al trattamento”. Un muro che pesa sulla qualità di vita, sui costi sanitari e sulla motivazione di pazienti e familiari. Ma non è un ostacolo insormontabile. Al contrario, spiegano gli psichiatri, può rappresentare un punto di svolta: “La resistenza non è un fallimento, ma un’opportunità di cura”, è il messaggio lanciato nel corso del 50° Congresso della SIP, a Bari. Affrontare la resistenza richiede un cambio di paradigma: non basta aggiungere un farmaco, ma serve un approccio più ampio, che tenga conto dei fattori biologici, psicologici, sociali e relazionali che influenzano la risposta terapeutica.

Depressione, quando la cura non funziona

La depressione resistente riguarda fino al 30% dei pazienti. “In molti casi la resistenza è legata a trattamenti inadeguati o a scarsa aderenza più che a una reale inefficacia del farmaco – spiega Guido Di Sciascio, presidente area territoriale SIP e direttore del DSM dell’Asl di Bari –. I trattamenti vanno rivalutati e, se necessario, integrati con una seconda molecola o con la psicoterapia cognitivo-comportamentale, o ancora con tecniche non farmacologiche come la stimolazione magnetica transcranica (TMS)”. Dal 2019, è inoltre disponibile l’esketamina, approvata per la depressione maggiore resistente, da usare in combinazione con un antidepressivo orale.

Schizofrenia, clozapina resta il gold standard

Nella schizofrenia, circa un terzo dei pazienti non risponde ai trattamenti convenzionali. “In questi casi – sottolinea Antonio Vita, presidente area universitaria SIP e ordinario di Psichiatria all’Università di Brescia – la clozapina resta la terapia di riferimento, anche se ancora sottoutilizzata per i timori legati agli effetti collaterali. È però una valida opzione, a patto che venga gestita con un attento monitoraggio medico”. Negli Stati Uniti la FDA ha recentemente rimosso il programma di controllo REMS per la clozapina, e anche in Italia le nuove indicazioni hanno semplificato il monitoraggio ematico, favorendo l’accesso al farmaco. Ma la cura non può limitarsi ai farmaci: interventi psicosociali come la psicoeducazione familiare, il social skills training e la riabilitazione cognitiva restano fondamentali.

Disturbo ossessivo-compulsivo, il caso più difficile

È nel disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) che la resistenza è più alta: dal 40% al 60% dei pazienti non risponde agli SSRI, la prima linea terapeutica. In questi casi, spiegano gli esperti, si può ricorrere a strategie di augmentation farmacologica o a tecniche di neuromodulazione non invasiva, come la TMS o la stimolazione vagale. Si tratta di approcci che la ricerca clinica sta valutando con crescente interesse.

Verso una psichiatria di precisione

“La recente evoluzione verso la psichiatria di precisione e gli approcci integrati – spiega Liliana Dell’Osso, past president SIP e ordinario di Psichiatria all’Università di Pisa – punta a superare la rigida distinzione tra pazienti ‘responsivi’ e ‘resistenti’. L’obiettivo è restituire complessità alla cura, personalizzandola in base a profili clinici e biologici”. Per Emi Bondi, past president SIP e direttore del DSM dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, la sfida è chiara: “Garantire che nessun paziente resti senza risposta, anche quando questa richiede più tempo, maggiori competenze e un impegno clinico condiviso”.


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