Salute 3 Agosto 2020

Indagine sieroprevalenza in Italia: 1,5 milioni di persone entrate in contatto con SARS-Cov-2. Nella sanità il dato più alto

Presentati al Ministero della salute i risultati dell’indagine sulla sieroprevalenza sul SARS-Cov-2. Le persone che hanno sviluppato gli anticorpi sono sei volte di più rispetto al totale dei casi intercettati ufficialmente durante la pandemia

Indagine sieroprevalenza in Italia: 1,5 milioni di persone entrate in contatto con SARS-Cov-2. Nella sanità il dato più alto

Sono 1 milione 482mila le persone, il 2,5% della popolazione residente in famiglia (escluse le convivenze), risultate con IgG positivo, che hanno cioè sviluppato gli anticorpi per il SARS-CoV-2. Quelle che sono entrate in contatto con il virus sono dunque 6 volte di più rispetto al totale dei casi intercettati ufficialmente durante la pandemia, attraverso l’identificazione del RNA virale, secondo quanto prodotto dall’Istituto Superiore di Sanità. Sono questi i dati principali emersi dall’indagine sulla sieroprevalenza sul SARS-Cov-2, presentati al Ministero della Salute. Alla conferenza hanno partecipato il Ministro della Salute Roberto Speranza, il presidente dell’Istat, Gian Carlo Blangiardo, la direttrice centrale Istat, Linda Laura Sabbadini, il presidente del Css, Franco Locatelli e il presidente nazionale della Croce Rossa Italiana, Francesco Rocca.

Come già evidenziato dai dati ufficiali in tema di mortalità e dai livelli di infezione, le differenze territoriali sono molto accentuate. La Lombardia raggiunge il massimo con il 7,5% di sieroprevalenza: ossia 7 volte il valore rilevato nelle regioni a più bassa diffusione, soprattutto del Mezzogiorno. Il caso della Lombardia è unico: da sola questa regione assorbe il 51% delle persone che hanno sviluppato anticorpi. D’altra parte in Lombardia, dove è residente circa un sesto della popolazione italiana, si è concentrato il 49% dei morti per il virus e il 39% dei contagiati ufficialmente intercettati durante la pandemia: in alcune sue province, quali ad esempio Bergamo e Cremona, il tasso di sieroprevalenza raggiunge addirittura punte, rispettivamente, del 24% e 19%.

NELLA SIEROPREVALENZA NESSUNA SIGNIFICATIVA DIFFERENZA DI GENERE

Non emergono differenze significative per quanto riguarda il genere. Uomini e donne sono stati colpiti nella stessa misura dal SARS-CoV-2 così come emerso anche da studi di altri Paesi. Per quanto riguarda l’età, la sieroprevalenza rimane sostanzialmente stabile al variare delle classi utilizzate nel disegno campionario. È comunque interessante notare come il dato di sieroprevalenza più basso sia riscontrabile per i bimbi da 0 a 5 anni (1,3%) e per gli ultra85enni (1,8%), due segmenti di popolazione per età verosimilmente più protetti e, quindi, meno esposti durante l’epidemia. Gli occupati sono stati toccati dal SARS-CoV-2 analogamente ai non occupati.

Le differenze emergono in base al settore di attività economica. Nella Sanità si registra infatti la sieroprevalenza più alta con il 5,3% e un intervallo di confidenza che oscilla tra il 4,1% e il 6,6. Il dato arriva al 9,8% nella zona a più alta sieroprevalenza con un intervallo di confidenza dal 6,5% al 13,1%. Gli occupati in settori essenziali e attivi durante la pandemia non presentano valori significativamente più elevati (2,8%) rispetto alla popolazione generale o rispetto agli occupati in settori di attività economiche sospese (2,7%). Tali risultati saranno oggetto di approfondimento in successive analisi. Si evidenzia, tuttavia, sin da ora un dato rilevante, di cui tener conto in termini di misure e provvedimenti di politica sanitaria, che riguarda i servizi di ristorazione e accoglienza in corrispondenza dei quali la prevalenza vale 4,2%. Sul versante dei non occupati il tasso medio di sieroprevalenza si attesta al 2,1% per le casalinghe, al 2,6% per i ritirati dal lavoro, al 2,2% per gli studenti e all’1,9% per le persone in cerca di lavoro.

SIEROPREVALENZA PIÙ ALTA PER CHI HA AVUTO CONTATTI CON PERSONE CON SARS-COV-2

I risultati confermano che l’aver avuto contatti con persone affette dal virus aumenta la probabilità che si siano sviluppati anticorpi. In tale circostanza la prevalenza sale, infatti, al 16,4%. In Lombardia si arriva persino al 24%. I valori più alti corrispondono ai casi in cui i contatti hanno riguardato i familiari conviventi. Chi ha avuto contatto con un familiare convivente infettato da SARS-CoV-2 ha sviluppato anticorpi nel 41,7% dei casi; la prevalenza si abbassa al 15,9% se il familiare non risulta convivente, restando tuttavia largamente superiore al valore medio che contraddistingue l’intera popolazione (2,5%). Un sostanziale incremento della prevalenza si osserva anche quando vi siano stati contatti con colleghi di lavoro affetti dal virus (11,6%), ovvero con pazienti nella stessa condizione (12,1%). È opportuno sottolineare che anche in presenza di una stretta convivenza con persone affette da virus non è detto che necessariamente si generi il contagio – come appunto è accaduto in più della metà dei casi – purché vengano osservate scrupolosamente le regole di protezione consigliate.

È ASINTOMATICO QUASI IL 30% DELLE PERSONE CON ANTICORPI

La percentuale di asintomatici è molto importante, perché evidenzia quanto ampia sia la quota di popolazione che può contribuire alla diffusione del virus. E quindi quanta attenzione ciascun cittadino deve porre alla scrupolosa applicazione delle misure basilari di sicurezza a difesa di se stesso e degli altri. Il 27,3% delle persone che ha sviluppato anticorpi non ha avuto alcun sintomo. Un dato elevato che sottolinea quanto sia importante l’identificazione immediata delle persone affette dall’infezione, nonché di tutti gli individui con cui, a loro volta, sono entrate in contatto.

Oltre agli asintomatici – ed escludendo il 6,5% di non rispondenti – il restante insieme di coloro che hanno avuto sintomi si divide tra persone con uno o due sintomi (esclusa la perdita dell’olfatto e/o del gusto) che rappresentano il 24,7% e persone con almeno tre sintomi. Queste ultime includono anche coloro che presentano i soli sintomi di perdita di olfatto e/o di gusto, e rappresentano il 41,5% della popolazione che ha sviluppato anticorpi. Tra i sintomi più diffusi nell’ambito dei soggetti con uno o due sintomi si osservano la febbre (27,8%), la tosse (21,6%), il mal di testa (19,2%). I sintomi più diffusi dei soggetti con almeno tre sintomi oppure perdita di gusto o di olfatto sono: febbre (68,3%), perdita di gusto (60,3%), sindrome influenzale (56,6%), perdita di olfatto (54,6%), stanchezza (54,6%), dolori muscolari (48,4%), tosse (48,1%), mal di testa (42,5%). In proposito, è importante sottolineare come alcuni sintomi siano maggiormente associati alla positività nell’indagine di sieroprevalenza. Su 100 persone che hanno presentato il sintomo di perdita del gusto il 27,5% è risultato positivo; analogamente su 100 persone che hanno presentato il sintomo di perdita dell’olfatto è risultato positivo il 25.4%.

ROBERTO SPERANZA, MINISTRO DELLA SALUTE

«Questo studio è un pezzo importante del puzzle che stiamo costruendo per comprendere questo fenomeno. Conoscere meglio questo virus è la premessa per sconfiggerlo. Sono conoscenze che ci servono per dare risposte sempre più adeguate. Il sistema paese ha saputo unire anche mondi e competenze spesso molto diverse tra loro, come nel caso di questa indagine. Abbiamo fatto squadra: dietro questi numeri c’è il lavoro di migliaia di persone. Ringrazio ovviamente anche gli oltre 60mila italiani che ci hanno dato una mano rispondendo al nostro appello. Le istituzioni hanno fatto quello che potevano fare ma decisivo è stato il supporto dei cittadini. Il dato del 2,5% ci dice che il fenomeno è stato significativo. Sono state toccate quasi 1,5 milioni di persone. Il dato più eclatante che emerge riguarda le differenze territoriali: ci sono state aree del territorio nazionale che hanno pagato un prezzo più alto e altre che siamo riusciti a salvaguardare. Questa considerazione serva a tutti come monito: le misure dure e dolorose e i comportamenti degli italiani hanno evitato che il virus si diffondesse in maniera larga e significativa in tutto il territorio nazionale. Sono state scelte rigorose che noi, come Governo, rivendichiamo. Ribadisco, noi siamo fuori dalla tempesta proprio perché il Paese ha saputo assumere decisioni ferme e i cittadini ci hanno aiutato, ma è anche vero che non siamo in un porto sicuro. C’è bisogno ancora di cautela e di prudenza. La nostra Europa non è fuori da una stagione difficile: arrivano dati di una ripresa della diffusione del virus in diversi Paesi. Dobbiamo continuare il nostro percorso per non disperdere il lavoro fatto fino ad ora».

FRANCO LOCATELLI, PRESIDENTE CSS

«Credo che questa sia una giornata importante per quanto il Paese ha messo in campo per fronteggiare, primo tra tutti i Paesi europei, la pandemia da Covid-19. Ottenere le informazioni su questo studio era cruciale per tre obiettivi: definire il tasso di sieroprevalenza nelle diverse aree territoriali; la quota dei soggetti asintomatici; definire il tasso di letalità che l’infezione ha prodotto in Italia. Va evidenziato però che questi sono dati che indicano solamente l’avere incontrato il virus e aver montato una risposta immunitaria, che è ben diverso dal poter conferire qualsiasi patentino di immunità. Una delle domande da approfondire in studi successivi è proprio la persistenza di questa risposta immunitaria».

FRANCESCO ROCCA, PRESIDENTE NAZIONALE DELLA CROCE ROSSA ITALIANA

«Proviamo una grande soddisfazione per aver preso parte a questo progetto. Un ringraziamento sincero ai duemila volontari che si sono attivati fin dall’inizio. È stata un’importante esperienza formativa anche per noi. Molti miei colleghi che lavorano all’estero stanno vivendo in queste settimane quel che abbiamo vissuto noi in primavera. È evidente che il pericolo non è passato e che è fondamentale seguire le semplici regole di base che ci aiutano a contenere la pandemia».

LINDA LAURA SABBADINI, DIRETTRICE CENTRALE ISTAT

«Avere la capacità di rispettare le regole è un elemento fondamentale non solo per se stessi, quanto per i propri cari e le altre persone. Tutti possiamo essere asintomatici quindi è molto importante essere prudenti. I risultati molto solidi di questa ricerca che ci dicono che grandi differenze dal punto divista socio demografico non emergono. Sono dati che dovranno essere studiati molto più a fondo ma ci dicono che non ci sono grandi differenze sulla diffusione ma ci sono semmai sulle conseguenze che il virus provoca sui differenti segmenti di popolazione».

GIAN CARLO BLANGIARDO, PRESIDENTE ISTAT

«È stata una grande sfida. Il terreno per noi era nuovo ma siamo soddisfatti dei risultati. Quel che abbiamo raccolto è una miniera importante per ulteriori approfondimenti e sviluppi. Con questi numeri possiamo fare tante nuove importanti osservazioni. Come Istat vorremmo mettere in piedi una sorta di osservatorio per l’identificazione tempestiva dei focolai epidemici attraverso un sistema di allerta epidemiologico che tenga conto non solo degli aspetti di ordine sanitario ma anche di alcuni aspetti di carattere socio-economico. Due considerazioni. Primo: il 2,5% sembra poco. Ma è un 2,5 medio, quindi esiste una variabilità territoriale molto importante. Anche il numero dei morti non è straordinario ma in alcune zone si è trattato di un disastro. Secondo: 2,5% è anche la probabilità di incontrare una persona positiva. Se una persona in una giornata incontra venti persone ha il 50% circa di probabilità di aver incontrato almeno una persona positiva. Durante la settimana questa stessa persona ne incontra 3,5 che sono positive. Il suggerimento dunque è sempre quello di non abbassare la guardia».

 

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