Salute 20 Febbraio 2020 13:43

Fine vita, docenti concordi: «Serve formazione ad hoc o medici resteranno indietro»

Per Macrì (Consulta deontologia FNOMCeO) il medico «deve essere aperto a recepire istanze di tutela della dignità, di riservatezza e soprattutto della libertà di autodeterminazione dei trattamenti sanitari». Familiari (Sant’Andrea): «Profilo formativo biomedico-psicosociale fondamentale. Nel Codice deontologico c’è tutto»

Il tema del fine vita continua a dividere non solo l’opinione pubblica ma anche la classe medica. Su una cosa tutti, però, sembrano concordi: è importantissimo che se ne parli e che vi sia una adeguata formazione anche universitaria per permettere ai camici bianchi del futuro di saper affrontare situazioni complesse come queste. Tutto ciò è emerso dall’incontro “Il fine vita fra legge 219 e sentenza della Corte costituzionale” che si è svolto all’Istituto di Medicina Legale de La Sapienza nell’ambito del corso “Il rischio clinico e la gestione del contenzioso” organizzato con il supporto di Consulcesi e Sanità In-Formazione.

Tanti gli studenti presenti, grazie anche all’eccezionalità dei relatori tra cui spiccavano lo scrittore Maurizio De Giovanni e la compagna di Dj Fabo, Valeria Imbrogno. «Oggi la medicina legale si sta proponendo a livello nazionale e sovranazionale come una disciplina di tutela dei diritti del cittadino in sanità – sottolinea Pasquale Giuseppe Macrì, medico legale e membro della Consulta nazionale di deontologia della FNOMCeO -. È chiaro che si sta delineando un sottosistema di diritti sempre crescenti che attengono non solo alla sfera della salute ma anche alla sfera della libertà e dell’autodeterminazione. Fino a 30 anni fa il medico poteva avere come norma costituzionale di riferimento soltanto l’articolo 32, la tutela della salute. Oggi un medico che si orienta soltanto alla tutela della salute svolge parzialmente e non dignitosamente la propria professione perché deve essere aperto a recepire istanze di tutela della dignità, di riservatezza e soprattutto della libertà di autodeterminazione dei trattamenti sanitari. Quindi momenti come questi sono assolutamente da salutare e da incrementare perché nel nostro Paese si rischia altrimenti che il senso civico dei cittadini superi la consapevolezza dei medici di dover agire in ambienti molto più larghi di quelli a cui siamo abituati a orientarci».

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Anche Giuseppe Familiari, presidente del Corso di Laurea in Medicina e Chirurgia dell’Ospedale Sant’Andrea, concorda sulla necessità di formare al meglio le nuove generazioni di medici sul tema del fine vita: «Parlare di questi argomenti tra professionisti e agli studenti è fondamentale perché i problemi del fine vita che si affrontano nella quotidianità sono enormi. Il fine vita non è solo quello che va sulla prima pagina di giornale ma è tutto ciò che accade negli ospedali e nelle università di tutto il mondo. In Italia abbiamo costruito in questi anni un profilo formativo che si chiama biomedico-psicosociale. È un profilo che mette nel core dell’insegnamento non solo le tematiche biomediche, cioè quelle che attengono all’evidenza scientifica e alla ricerca scientifica e che sono considerate dalla letteratura come le fondamenta per esercitare la medicina; noi ci occupiamo molto anche delle problematiche psicologiche e sociali. Soprattutto il contesto sociale è quello che determina la sofferenza, che determina l’aspettativa di vita, è quello che determina le condizioni particolari del fine vita che non sono uguali per tutti».

Per Familiari però è meglio lasciare il tema alla professionalità e alla deontologia dell’operatore sanitario piuttosto che un susseguirsi di interventi legislativi: «Di interventi legislativi ce ne sono tanti. Il Codice deontologico che viene insegnato anche all’università è un momento fondamentale di sintesi e di conoscenza per i nostri studenti perché all’interno del Codice, a leggerlo bene, è rappresentato tutto quello che deve essere conosciuto dai medici per operare in correttezza ed eticità».

Per Macrì il problema è che molti medici hanno una visione poco aggiornata sul tema: «Molti camici bianchi considerano ancora la missione professionale principale la tutela della vita e l’integrità. Sarà difficile fare entrare il suicidio assistito, o meglio l’eutanasia, perché se assisto di quello si tratta. Io conto molto di più sui futuri medici e sui giovani medici. Questo perché, al di là della consapevolezza culturale che è di tutti i medici, c’è però una acquiescenza più forte nei soggetti giovani che sono cresciuti senza questa prospettazione di salvifica vita come missione della professione».

TERAPIA DEL DOLORE

Flaminia Coluzzi, anestesista e professore associato alla Sapienza, invece, ha rappresentato alla platea un altro aspetto del fine vita che è quello legato alle cure palliative e alla terapia del dolore. Una materia regolata dalla legge 38 del 2010 che proprio tra poche settimane compirà dieci anni, che ha sancito il diritto a “non soffrire” con la terapia del dolore e ove necessario praticando quella che è la sedazione palliativa.

«Sulle cure palliative si sono fatti passi in avanti maggiori, c’è stato un significativo incremento, per esempio, di quelli che sono i decessi negli hospice riducendo i ricoveri impropri all’interno degli ospedali – sottolinea Coluzzi -. Purtroppo ancora oggi ci sono delle criticità che sono legate al numero di posti che è insufficiente rispetto al numero di pazienti oncologici che abbiamo e al fatto che l’assistenza domiciliare che invece dovrebbe essere il cardine delle cure palliative è ancora non adeguatamente distribuita sul territorio nazionale».

Tuttavia cure palliative e terapia del dolore non riguardano solo i malati oncologici, ma anche altri pazienti affetti da patologie terminali: «Ci sono una serie di patologie in crescita non oncologiche che portano a una terminalità che necessita di una specifica assistenza – continua Coluzzi -. Per quanto riguarda la terapia del dolore la criticità maggiore è stata la possibilità di individuare le prestazioni all’interno degli ospedali. Solo lo scorso anno è stato introdotto un codice specifico che identifica le nostre prestazioni: questo significa perdere le nostre prestazioni all’interno delle altre discipline. Ancora esistono molte procedure che non sono standardizzate da uno specifico codice e quindi ci si trova in difficoltà nel poterle effettuare. L’altra problematica è quella relativa alla formazione: ci si è resi conto che erano passati dieci anni dalla legge e ancora i nostri studenti non venivano adeguatamente formati. Oggi abbiamo ottenuto il risultato di inserire dei crediti formativi all’interno dei corsi di laurea non solo di Medicina e Chirurgia ma anche di molte professioni sanitarie e questo significa insegnare ai futuri professionisti della salute a gestire questi pazienti».

Coluzzi invita poi a non demonizzare gli oppiodi che negli Stati Uniti sono spesso oggetto di uso improprio: «Dobbiamo imparare dagli errori fatti dagli altri ma non dobbiamo demonizzare una categoria di farmaci che invece possono risultare particolarmente utili».

 

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