Salute 28 Settembre 2018

Carenza medici, Quintavalle (ASL Roma 4): «Problema non solo numerico ma anche di attrazione: aree metropolitane penalizzate rispetto a città»

Il Direttore è intervenuto ad un workshop sulla partnership in sanità organizzato da “Lazio salute e sanità per l’eccellenza” e “SDA Bocconi”: «Con collaborazione pubblico-privato si può ottenere velocizzazione delle procedure e la condivisione di un obiettivo che è la presa in carico degli utenti. Ma servono paletti»

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«Noi nell’atto pratico non riusciamo a reclutare. Non è solo un problema di numeri di medici ma è anche un problema di attrazione». Il Direttore generale della ASL Roma 4 e Commissario dell’ASL Roma 5 Giuseppe Quintavalle parla a Sanità Informazione del tema della carenza di medici che nei territori sotto la sua competenza (Civitavecchia e l’area metropolitana nord di Roma) è particolarmente sentito a causa della forte attrazione che esercita la Capitale sui camici bianchi. «Inoltre in alcune branche mancano i medici – spiega Quintavalle – Mi riferisco, tanto per citarne una, al mondo dei pediatri che mancano dappertutto: abbiamo grandissime difficoltà di reclutamento, sopravviviamo anche grazie a delle convenzioni con il Bambin Gesù o con altri enti importanti, ma è un problema». Quintavalle ha partecipato al workshop “Partnership per l’innovazione in sanità: un confronto con gli stakeholder” a Palazzo Giustiniani moderato dal medico ed ex senatore Stefano De Lillo e organizzato da da “Lazio salute e sanità per l’eccellenza” in collaborazione con SDA Bocconi e NGC Medical. Un’occasione per affrontare il tema del rapporto tra pubblico e privato in sanità che, con determinate garanzie, può rappresentare un valore aggiunto per il Sistema sanitario italiano. «Ritengo che il privato (che sia farmaco, che sia industria, che sia anche gestionale) può rappresentare in una forma sana l’elemento di svolta, di velocizzazione e di miglioramento delle nostre performance che poi si traducono in servizi per i cittadini», spiega Quintavalle.

Direttore, oggi si parla di innovazione in sanità. La collaborazione pubblico-privato può essere una soluzione per risolvere alcuni problemi della sanità italiana?

«Innanzitutto ho accettato con grande piacere questo invito perché ascoltare la Bocconi che parla di argomenti così importanti è sempre uno strumento in più per noi. Io credo che la sanità italiana sia ad un punto di svolta. Alcune regioni sono in fase di rilancio, il Lazio è una di queste regioni che dopo dieci anni di grandissimi sacrifici inizia a ricostruire. Ci sono altre regioni che lo hanno già fatto, altre invece che stentano al raggiungimento di quelli che sono i Livelli essenziali di assistenza. In una logica di organizzazione di un sistema io vedo molto positivamente forme di partnership pubblico-privato purché ci siano alcuni paletti. Il primo paletto è quello che dice il Codice degli appalti, il Codice ultima versione nei suoi articoli specifici dà enfasi a questo strumento che può essere necessario e se applicabile può apportare due benefici immediati: la velocizzazione delle procedure, la sicurezza tramite indicatori certi di quello che è un risultato e poi la condivisione di un obiettivo che è la presa in carico dei nostri utenti e cittadini specialmente nelle grandi apparecchiature, nelle grandi procedure. Si parla di una manifestazione di interesse europeo quindi sono delle vere e proprie gare. Nel nostro Sistema sanitario nazionale ci sono esempi, ci sono delle buone esperienze al nord e nelle Marche, ma nella nostra regione ancora si stenta a decollare anche perché bisogna conoscere il sistema: come voi ben sapete c’è sempre la paura del conflitto di interesse, la paura di avvicinarsi troppo al mondo del privato. Io ritengo che il privato che sia farmaco, che sia industria, che sia anche gestionale può rappresentare in una forma sana l’elemento di svolta, di velocizzazione e di miglioramento delle nostre performance che poi si traducono in servizi per i cittadini».

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Naturalmente ci sono anche delle resistenze su questo punto, come si possono vincere queste resistenze?

«Come tutte le cose nuove, fanno paura. Io ho letto alcuni pareri dell’Anac ben fatti in materia: il concetto è che bisogna sempre più far conoscere che esiste questa possibilità e poi naturalmente in ambito sia governativo centrale che regionale devono essere poi naturalmente in grado di poter esplicitare e spiegare. Credo che queste cose vadano programmate, quello che va evitato è lasciare libero campo a tutti e questo lo dico contro l’interesse di chi fa il Direttore generale ma in un ambito di programmazione, un po’ come una volta la legge 229 di riforma che all’articolo 9 bis parlava di sperimentazioni gestionali: erano innovative. Ce ne sono state molto poche nel centrosud, molte nel centronord. Però era esattamente la regione che operava in un ambito di programmazione. Quindi vedo, secondo me, un futuro di questo tipo: pubblico sano, privato sano che si incontrano in una logica di ripartizione perché poi alla fine si tratta di effettuare una ripartizione tra costi e benefici e che sia tutto nell’ambito più chiaro e più trasparente possibile e qui ci ha pensato il legislatore con il nuovo codice e l’Anac».

Si parla molto della carenza di medici, è ormai un tema all’ordine del giorno. Nei territori di sua competenza si sente questo problema?

«È un problema enorme che io ho condiviso con molti dei colleghi delle aree metropolitane della provincia. Io ho molte deroghe, la Regione devo dire ha trattato molto bene sia la Asl Roma 4 che la Roma 5 per quanto attiene al concordamento ma noi nell’atto pratico non riusciamo a reclutare. Non è solo un problema di numeri di medici ma è anche un problema di attrazione: Roma è molto più attrattiva perché il medico può fare una carriera diversa, può fare esperienze chirurgiche diverse, se è chirurgo, perché va a lavorare anche in ambiti scientifici differenti ma fondamentalmente io me lo chiedo tutti i giorni, da ‘migrante’ quali io sono perché faccio 200-300 kilometri al giorno, ma c’è un costo: Roma-provincia sono 500 euro al mese che sarebbe il corrispettivo di un incarico che io posso dare a un mio giovane medico. Allora bisogna iniziare a formulare delle ipotesi attrattive che diano attrazione non solo scientifica. Secondo me questo va rivisto proprio in una riorganizzazione del sistema. Quando io dico che non è non attrattiva Civitavecchia, ma non è attrattiva l’area metropolitana rispetto a Roma. Quindi c’è bisogno di politiche unitarie perché con i colleghi condividiamo le stesse problematiche. Poi in alcune branche mancano i medici. Mi riferisco, tanto per citarne uno, al mondo dei pediatri che mancano dappertutto: abbiamo grandissime difficoltà di reclutamento, sopravviviamo anche grazie a delle convenzioni con il Bambin Gesù o con altri enti importanti, ma è un problema».

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