Lavoro 30 Giugno 2020

Carenza specialisti, Magliozzi (Cisl Medici): «Rendere professione più appetibile e prevedere grande campagna di reclutamento»

L’intervista al segretario generale della Cisl Medici Roma Capitale/Rieti: «Puntare anche sulla reputazione dei medici per evitare che i giovani scappino tutti all’estero»

di Vanessa Seffer

Cresce il fabbisogno di medici specialisti nel Paese. In Italia nei prossimi cinque anni, a causa della carenza numerica e del pensionamento, avremo 52 mila medici e specialisti in meno, provocando all’interno del Sistema Sanitario Nazionale una vera emergenza che potrebbe portare al collasso il sistema stesso.

Ogni anno si laureano circa 11 mila giovani in Medicina e Chirurgia. Solo una parte di questi, tuttavia, riesce ad ottenere un posto ai corsi di specializzazione per proseguire la formazione. Gli altri giovani medici laureati devono ritentare di anno in anno l’ammissione o sono costretti a lasciare il Paese per evitare il cosiddetto “imbuto formativo”, che si è venuto a creare per l’incapacità della politica di fare una adeguata programmazione.

Germania in testa, ma anche Francia, Svizzera, Regno Unito, Paesi del Nord Europa e USA, cercano di accaparrarsi i nostri giovani medici offrendo loro cifre da capogiro e condizioni spesso molto interessanti, come alloggio e orari di lavoro meno pressanti di quelli a cui vengono sottoposti in Italia. Ma allora, perché rimanere in Italia? Ne parliamo con Benedetto Magliozzi, ortopedico del Sant’Eugenio, segretario generale della Cisl Medici Roma Capitale/Rieti.

Segretario, quale appeal ha ancora la professione medica se ciò a cui sottoponiamo i nostri camici bianchi sono solo oneri e pochissimi onori?

«Hanno aumentato i posti all’università senza aumentare le borse di studio, mentre per una adeguata programmazione di riflesso andrebbe implementata la possibilità di far seguire ai neolaureati la scuola di specializzazione oppure il corso di formazione in medicina generale, anche trasformando lo stesso in una vera e propria scuola di specializzazione. Bisogna dare ai giovani colleghi la possibilità di finire il percorso formativo altrimenti vanno ad aumentare il numero dei famigerati camici grigi, quelli che vengono impiegati in lavori precari, che poi finiscono nel calderone del privato, sottopagati o utilizzati per prestazioni che alla fine non sono neanche da medico. Chi non trova la sua posizione in Italia gira per l’Europa. Ci sono i cacciatori di teste che già dal quinto o sesto anno di Medicina li cercano, sanno come funziona da noi e li vogliono per frequentare le scuole di specializzazione. Specialmente in Germania, dove la borsa di studio è pari a 4 mila euro, mentre qui poco più della metà. Berlino costa quanto Roma e i nostri ragazzi sono abituati a ragionare in termini più globali. Noi nella formazione abbiamo speso meno di tutti gli altri Paesi e continuiamo ad istruire sempre meno la popolazione. Il politico, che è il decisore, dovrebbe vedere se determinati obiettivi sono raggiungibili, altrimenti il sistema sarà sempre costretto a rincorrere perché non riuscirà mai a chiudere le falle. Si fanno gli stress test in economia, si dovrebbero fare anche in un sistema complesso quale è il sistema sanitario».

Cosa propone, da sindacalista, per risolvere questa situazione di stallo che di qui a poco diverrà insostenibile?

«Con il ministero dell’Economia e Finanza, che di fatto gestisce i denari che devono essere utilizzati per innovare e rinnovare il sistema sanitario, la prima cosa che va fatta è una grossa campagna di reclutamento per precedere le 50 mila uscite dal Sistema Sanitario nel 2025 quando andranno in quiescenza. E parliamo solo di quelli che andranno in pensione, senza contare quelli che si dimettono. Se non si fa adesso un grosso piano per far sì che la professione medica diventi più appetibile, anche economicamente, ci ritroveremo davvero senza medici».

C’è anche il problema della scarsità di “vocazioni”per indossare il camice bianco considerato che al minimo sbalzo di umore un medico viene portato alla sbarra… 

«Il 90% dei medici ha scelto questa professione anche per l’aspetto sociale. È una professione dove la gente ti vuole bene, per strada ti rispetta. Se c’è un grosso appagamento, anche la parte economica, seppur importante, in questo caso diventa secondaria. È vero che per anni i medici sono stati pagati bene, ma la gratificazione sociale e l’alto indice reputazionale sono stati fondamentali. Se non si torna a fare una campagna acquisti anche sulla reputazione del medico alla fine il medico non lo si troverà più. Oggi con tutte queste nuove professioni non hanno capito che vanno a sbattere contro un muro. Perché non è chiaro che in un film l’attore principale ci deve essere; ci devono essere le comparse, ci deve essere la critica, chi porta i copioni, ma alla fine sono gli attori principali che fanno il cast ed è chiaro che ci deve essere un regista, altrimenti non si va da nessuna parte. Ecco, il medico è l’attore principale. Ma se non ci metti degli attori di grande livello, formati bene e che hanno il loro ruolo che film sarà? Ci sono attori che tirano il film anche da soli e questi attori devono essere eroi sempre, non eroi a tempo, perché non c’è un mestiere come quello del medico che dedica agli altri il proprio sapere e studia per tutta la vita per lenire e cercare di risolvere le sofferenze altrui. Questa cosa da parte delle persone deve avere un ritorno. E il calo delle vocazioni è dovuto anche allo scarso indice reputazionale che c’è all’interno del sistema paese».

 

@vanessaseffer

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