Governo, politica e sanità 21 settembre 2017

Piano per la cronicità, Aceti (Cittadinanzattiva): «Regioni in ritardo su emergenza che assorbe il 70% della spesa socio-sanitaria»

«Allucinanti i ritardi per migliorare la gestione della cronicità e l’informatizzazione del sistema sanitario nazionale». E su tempari e rapporto medico-paziente il commento è netto: «Non si riduca a catena di montaggio». L’intervista al Coordinatore nazionale del Tribunale per i diritti del malato

«L’assistenza dei pazienti cronici costa in Europa 700 miliardi di euro l’anno; in Italia assorbe il 70% della spesa pubblica socio-sanitaria. È ovvio che gestire bene la cronicità, prendendo in carico i pazienti, è essenziale sia per efficientare la spesa che per migliorare l’assistenza». Sono le parole di Tonino Aceti, Coordinatore nazionale del Tribunale per i diritti del malato di Cittadinanzattiva, che in occasione del convegno sulla presa in carico del paziente cardiovascolare cronico tenutosi lo scorso 20 settembre presso la Sala di pietra del tempio di Adriano a Roma, ha commentato ai microfoni di Sanità Informazione la situazione della cronicità in Italia.

«Ormai un anno fa ci siamo dati una strategia adottando il piano nazionale della cronicità. Purtroppo finora solo tre regioni hanno recepito il piano ed è ancora in fase di costituzione la cabina di regia. Sappiamo poi – continua Aceti – che i PDTA (i percorsi diagnostico terapeutici e assistenziali standard per patologie croniche) sono uno strumento principe per la presa in carico delle cronicità e per migliorare i servizi, l’organizzazione e l’utilizzo delle risorse. Ma anche in questo caso sono stati adottati solo da alcune regioni o solo per alcune patologie. Insomma, per il miglioramento della presa in carico dei pazienti cronici si va troppo a rilento, ed è veramente allucinante». È l’opinione del coordinatore del Tribunale per i diritti del malato, per il quale è necessario un cambio di passo e porre la cronicità al centro della programmazione dei servizi a livello nazionale, regionale e aziendale. Come proseguire il percorso già iniziato?   «L’informatizzazione e il fascicolo sanitario elettronico sono fattori abilitanti per la presa in carico delle cronicità, e sappiamo – commenta Aceti – che solo metà Paese ha adottato questo nuovo strumento. Sono già stati stanziati 21 milioni di euro dai fondi europei PON GOV per soluzioni ICT, ma ancora non sono stati divisi tra le Regioni e non vengono utilizzati».

Altro elemento fondamentale è la comunicazione medico-paziente: «Il codice deontologico dei medici dice che il tempo dell’ascolto è tempo di cura. Poi però ci troviamo davanti a proposte come il tempario della Regione Lazio, che intende trasformare la professione medica e infermieristica in una catena di montaggio, come se i pazienti non fossero persone, ma oggetti. Tutto questo senza considerare le peculiarità, il grado di cultura, di fiducia o lo stato di salute del paziente. I tempari portano solo a una maggiore distanza tra cittadino e medico e tra cittadino e infermiere e aumentano anche il livello di conflittualità, perché se ad un cittadino viene dedicato poco tempo non si sente al centro del sistema».

«Dobbiamo riportare al centro – prosegue Aceti – la garanzia dei servizi, la garanzia dei diritti, la salvaguardia della professionalità del medico e dell’infermiere, e lasciare da parte le catene di montaggio. Ovviamente è giusto prestare attenzione alla tenuta dei conti, ma non deve essere questo l’aspetto primario. Altrimenti un servizio sanitario nazionale che ha i conti in ordine ma che non presta adeguata attenzione al paziente non centra l’obiettivo che si è dato, e cioè garantire salute».

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