Governo, politica e sanità 21 settembre 2017

Ecco le nuove professioni dopo osteopati e chiropratici con il via libera al Ddl Lorenzin

Intervista all’Onorevole Mario Marazziti, Presidente della Commissione Affari Sociali della Camera: «Provvedimento in aula entro metà ottobre. Passaggi a Salute, Miur Regioni e Css. In 9 mesi iter per riconoscimento nuove professioni svincolato da lobby, ma osteopati e chiropratici dovranno aspettare»

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Dopo quasi 3 anni e mezzo in Parlamento il Ddl Lorenzin va veloce verso l’approvazione. Tra le misure principali previste, il riordino delle professioni sanitarie, con un nuovo percorso per il riconoscimento dei nuovi ordini, così come un nuovo codice etico per le sperimentazioni cliniche e il limite dei due mandati per i vertici degli ordini professionali. Sul tavolo anche il tentativo di ricomporre il complicato assetto tra farmacisti e parafarmacisti.

Per fare il punto su questi temi, a pochi mesi dalla fine della legislatura, abbiamo intervistato l’Onorevole Mario Marazziti, Presidente della Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati. Dopo l’approvazione all’unanimità di un suo emendamento al Ddl Lorenzin, l’approvazione definitiva sembra vicina, è così? 

«Sicuramente noi abbiamo sempre avuto l’intenzione di portare il cosiddetto Ddl Lorenzin a termine, e direi che entro la prossima settimana la Commissione affari sociali avrà terminato l’esame di tutto il provvedimento, che dovrebbe quindi approdare in aula la seconda settimana di ottobre. Il Senato allora avrà il tempo necessario per l’ultimo passaggio, ma non dovrebbero esserci problemi: sto lavorando insieme alla collega De Biasi (Presidente della Commissione Sanità) e agli altri senatori perché i cambiamenti introdotti siano riconosciuti come migliorativi del testo e non come stravolgimenti della bozza del Senato. Quindi il testo dovrebbe veder la luce e diventare legge senza particolari problemi entro la fine della legislatura».

Il suo emendamento riconosce un percorso oggettivo ed equilibrato per il riconoscimento delle nuove professioni sanitarie. Cosa prevede?

«Sono molte le professioni vicine alla sanità che reputano questa legge l’ultimo autobus per essere riconosciute pubblicamente come professioni sanitarie e, attraverso questo riconoscimento, sperano di avere più opportunità professionali. Ci sono però molti veti incrociati sul riconoscimento dell’una o dell’altra professione. Ecco quindi che, insieme alla Commissione, abbiamo ritenuto necessario proporre un meccanismo aperto, che riuscisse a stare al passo con i tempi e con la nascita di tante professioni in continua trasformazione: ce ne sono alcune che non immaginiamo. La medicina personalizzata va in una direzione che apre nuove prospettive. Può essere che ci sarà un professionista che garantisce a domicilio che la terapia individualizzata funzioni e forse non sarà né un infermiere né un medico… Non lo sappiamo, stanno nascendo molte cose nuove. L’emendamento prevede allora che il Ministero della Salute si pronunci entro 6 mesi su istanze individuate da esso stesso o che provengono dal basso, eliminando quindi ogni intermediazione di lobby e politica. Contemporaneamente, il Consiglio superiore di sanità fornisce un parere tecnico mentre, in 3 mesi la Conferenza stato-regioni si pronuncia per le parti di sua competenza e il Miur stabilisce i corsi di studio e fissa i criteri delle equipollenze e dei crediti. Quindi questo iter assicura che tendenzialmente entro 9 mesi si abbia certezza che le proprie aspirazioni vengano prese in considerazione. Chiropratici e osteopati saranno le prime categorie a seguire questo percorso, ma solo tra 9 mesi sapremo se effettivamente saranno riconosciute come professioni. È un sistema che assicura giustizia e trasparenza, e il fatto che a seguito della sua approvazione da parte della Commissione tutti gli emendamenti proposti da vari gruppi siano stati ritirati sia indice della fiducia riposto intorno a questo nuovo meccanismo».

Ha proposto al nuovo responsabile di Federfarma Cossolo l’elaborazione di un emendamento che possa chiudere la discussione aperta da anni tra farmacie e parafarmacie.

«Io condivido la preoccupazione di Federfarma per cui ci vorrebbe uno strumento ad hoc. Sono 11 anni che si tenta di risolvere il problema delle farmacie e delle parafarmacie e non ci si riesce. Tuttavia non abbiamo il tempo per uno strumento apposito ma abbiamo ancora due strumenti, il Ddl Lorenzin e la legge di bilancio, che potrebbero almeno contenere un avvio di soluzione, se i due mondi volessero trovare un accordo. Come Presidente della Commissione Affari sociali offro un’occasione per risolvere la questione e non posso imporre una visione. La settimana prossima incontrerò farmacisti e parafarmacisti e vediamo se riescono a produrre una base di accordo o a valutare almeno se introdurre nel Ddl Lorenzin uno o due punti. Alla fine del percorso è possibile che si venga a creare una separazione dei due mondi e delle due carriere, arrivando a parafarmacie che non vendono farmaci e a farmacie che vendono farmaci e che fanno un servizio di salute pubblica avanzata nel territorio. Per fare questo c’è il problema di fermare i codici univoci, cioè di fermare l’apertura di nuove parafarmacie. Inoltre, si renderebbe necessaria la separazione dei gruppi proprietari e impedire quindi che farmacisti che abbiano partecipazioni in farmacie abbiano partecipazioni anche in parafarmacie. Questo è stato reso un po’ più complicato con la Legge sulla concorrenza, che apre ai gruppi economici e non solo ai singoli farmacisti. A questo punto per forza di cose bisognerebbe poi creare dei canali di riassorbimento dei farmacisti che oggi operano nelle farmacie o sono titolari solo di parafarmacie, fornendo al contempo garanzie anche ai farmacisti in difficoltà, in primis i farmacisti rurali. Per fare questo andrebbe eventualmente ampliato il numero delle farmacie in Italia, in parte attivando quelle non attivate dal concorso della gestione del presidente Monti, ed evidentemente aprendone delle nuove. Questo però non si può fare abbassando il quorum o aumentando il numero delle farmacie, ma andando a vedere effettivamente dove mancano, facendo uno studio più accurato e più dettagliato del territorio e dei bisogni regionali».

 

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