Salute 13 ottobre 2015

Vaccini: psicosi, prime vittime e la responsabilità dei medici

Levata di scudi della Società Italiana Medici Pediatri contro la campagna anti-vaccinaleIl presidente Mele: «Parte della classe medica incoraggia atteggiamenti irresponsabili»

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Morire di pertosse, nel 2015, poco prima di compiere un mese di vita. Non siamo nel Terzo Mondo, ma in Emilia Romagna, e questa è solo l’ultima vittima, in ordine cronologico, dei nefasti effetti di una psicosi molto pericolosa: quella contro i vaccini.


Una fobia che rischia di risvegliare mostri sopiti: malattie di cui la nostra generazione ha conoscenza solo dai libri, e dalle memoria degli anziani sopravvissuti. Ma soprattutto, una battaglia ideologica che rischia di sacrificare troppe vite umane, e di vanificare gli enormi progressi compiuti dall’immunologia e infettivologia nell’ultimo secolo. Sanità informazione ha analizzato il fenomeno con il prof. Giuseppe Mele, presidente della Società Italiana Medici Pediatri (SIMPE).

Presidente Mele, su questo tema così caldo qual è il punto di vista autorevole di una società come la vostra?

«Dall’indagine che abbiamo effettuato risulta un calo preoccupante delle vaccinazioni, un 4% in meno soprattutto per quanto riguarda i vaccini contro il morbillo, rosolia e parotite. Tutto ciò è preoccupante dal momento che in alcune zone, in cui la percentuale di adesione ai vaccini è estremamente bassa, persistono focolai endemici di queste malattie, ma soprattutto che malattie che credevamo debellate, come la difterite, sono ricomparse di recente in Italia e in Spagna. Per non parlare poi dei casi di pertosse. L’indagine effettuata l’Osservatorio Nazionale dell’Infanzia e dell’Adolescenza ha dimostrato che un terzo dei genitori non vaccina in modo completo i propri figli, fermandosi alle prime due o tre dosi di vaccino, e successivamente si lascia andare al fai da te senza nessuna cognizione di causa».

Un problema di cultura e, come lei sottolinea, di disaffezione. Ma probabilmente anche di informazione e comunicazione. In tal senso potrebbe essere importante aprirsi ad un nuovo modo di comunicare tra medico e paziente, anche sfruttando le nuove tecnologie?
«Credo di sì. Quando c’è un insuccesso i motivi sono sempre trasversali e vanno analizzati con attenzione. Da una parte gli antivaccinatori hanno gioco facile in molte occasioni. Dall’altra è la disinformazione a provocare disaffezione verso l’atto vaccinale stesso.  Il vaccino è un farmaco, e come tutti i farmaci può causare effetti collaterali, ma se mettiamo sul piatto della bilancia i possibili effetti collaterali con i sicuri benefici, questi sono sicuramente superiori. Purtroppo, va detto, c’è anche una scarsa cultura vaccinale da parte di una classe medica che spesso sottovaluta la dimensione del fenomeno, e che guida a volte in maniera inappropriata la scelta del genitore. Atteggiamenti senza dubbio da biasimare, come ha sottolineato di recente Walter Ricciardi, presidente dell’Istituto Superiore di Sanità».

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