Salute 4 agosto 2015

Sorveglianza mondiale e rapidità di risposta nei casi sospetti: ecco la strategia anti- Mers

Preoccupazione per l’alto tasso di mortalità, giunto al 35%. Esperti a convegno all’INMI “Spallanzani” per preparare gli operatori del Primo Soccorso

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Un tasso di mortalità del 35%. Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), dal 2012 ad oggi, si sono registrati 1368 casi accertati con già ben 487 decessi. Classificata tra le malattie infettive emergenti, anche la Mers impone di tenere alta la guardia.


Arabia Saudita e Corea del Sud sono i Paesi più colpiti, ma sono ben 26 le nazioni che hanno dovuto fare i conti con il virus, sbarcato anche in Europa con un episodio in Italia nel 2013. Un punto della situazione è stato fatto, nei giorni scorsi, presso l’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive (INMI) “Lazzaro Spallanzani”: il direttore scientifico, il prof. Giuseppe Ippolito, ha tenuto un corso di aggiornamento sulla malattia da virus MERS-CoV (Middle-East Respiratory Syndrome Coronavirus) per i medici dei servizi di Pronto Soccorso della Regione Lazio: per loro è infatti fondamentale un’adeguata formazione. Ai lavori hanno partecipato numerosi esperti del settore dello ”Spallanzani”, rappresentati della Pisana oltre a Maria Grazia Pompa, direttore dell’Ufficio Malattie infettive e profilassi internazionale, bioterrorismo del Ministero della Salute (Direzione Generale Prevenzione Sanitaria).

Si è insistito sulla necessità che il Sistema sanitario nazionale sia in grado di individuare prontamente il caso sospetto, confermare o escludere la diagnosi, al fine di una corretta gestione del caso. Basandosi su un recente documento dell’OMS, è stato ribadito che la risposta della sanità pubblica deve basarsi su elementi imprescindibili. Tra questi una strategia di sorveglianza mondiale, la meticolosa raccolta di informazioni dai casi, una ricerca attiva dei contatti ed il loro stretto monitoraggio. A questi va aggiunta la pianificazione di studi epidemiologici specifici quali: il controllo del caso per identificare i fattori di rischio; quelli in ambito ospedaliero per comprendere le modalità di trasmissione; indagini sierologiche dei contatti; analisi dei trends delle patologie respiratorie per identificare eventuali focolai misconosciuti ed infine studi veterinari ed ecologici oltre che di management clinico.

Il convegno ha anche posto in evidenza i rischi che corre Roma in previsione del Giubileo, che vedrà confluire nella Capitale un gran numero di fedeli da tutte le parti del mondo:  se non prontamente identificato ed isolato, un singolo caso di MERS  può, infatti, causare una epidemia nosocomiale. I DEA rappresentano un luogo chiave per la rapida individuazione di casi sospetti.

La lotta alla Mers resta, dunque, complicata. A tutt’oggi, il serbatoio del virus non è individuato con certezza. Molte evidenze suggeriscono che i pipistrelli possano rappresentare il serbatoio anche di questa malattia, creando dunque un forte parallelismo con l’Ebola. Il virus è stato isolato nei pipistrelli nei paesi arabi ed in altre aree geografiche; altri animali come cammelli e dromedari sono considerati “amplificatori” del virus sia attraverso il contatto sia per il consumo di latte non pastorizzato. Proprio in queste ultime ore la ricerca ha offerto una nuova speranza: per la prima volta è stato isolato un potente anticorpo umano capace di ammanettare il coronavirus responsabile della Mers. La scoperta, che apre una scorciatoia verso lo sviluppo di cure antivirali, è stata annunciata sulla rivista dell’Accademia americana delle scienze dal gruppo di ricerca dell’immunologo italiano Antonio Lanzavecchia, direttore dell’Istituto di Ricerca in Biomedicina dell’università della Svizzera Italiana a Bellinzona. Il “super anticorpo” – battezzato con la sigla LCA60 –  è stato individuato nel sangue di un paziente infettato dal virus. Nei primi test di laboratorio si è dimostrato efficace nel neutralizzare diversi ceppi del coronavirus responsabile della sindrome respiratoria.

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