Mondo 25 agosto 2015

Sbarchi e pandemie: «No agli allarmismi, sì alla formazione e a un coordinamento internazionale»

Intervista al presidente dell’Associazione medici stranieri in Italia, Foad Aodi: «Informare correttamente la popolazione e formare adeguatamente il personale sanitario con i “Film Formazione” puntando su un coordinamento internazionale»

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Comunicare il problema, dare corrette informazioni sul caso in questione e proporre soluzioni». Sono queste le tre mosse che suggerisce l’Associazione medici stranieri in Italia (Amsi) per contrastare il proliferare delle epidemie, richiamando l’attenzione sulla formazione del personale medico e contestualmente sulla necessità di fornire «una buona informazione a tutta la popolazione».


La drammatica situazione degli sbarchi continua, infatti, a rappresentare un’emergenza sempre più difficile da gestire per il nostro Paese. Associata poi al rischio di contagi crea un altro fronte caldo di paura e preoccupazione. Una situazione percepita non solo dal personale sanitario chiamato ad operare in prima linea sulle coste italiane per prestare i primi soccorsi ai migranti, ma anche dai tanti altri camici bianchi: dagli ospedali agli ambulatori, passando per gli studi, dove esercitano la loro attività, sono chiamati a dare rassicurazioni ma anche informazioni ai cittadini/pazienti su come comportarsi e proteggersi. In tale contesto diventa, dunque, davvero particolare il ruolo, ma anche la funzione, dei medici di origine straniera che si trovano in Italia.

Sanità informazione, in occasione della presentazione di “e-bola” – il primo film al mondo formativo ed informativo per il personale sanitario – si è confrontata proprio con Foad Aodi, presidente sia dell’Amsi sia della Co-Mai (Le comunità del mondo arabo in Italia). Una testimonianza diretta preziosa per analizzare la situazione e fare il punto dopo la “lezione” del virus Ebola, la cui gestione con lacune e criticità, evidenziate a tutti i livelli – a partire dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e nel G7 – ha imposto un di rivedere non solo protocolli e procedure di sicurezza, ma anche il modo di preparare operatori sanitari e cittadini alle emergenze legate alle malattie infettive.

Presidente, si avverte la necessità di un film che punta alla formazione degli operatori sanitari?
«È sicuramente una iniziativa molto importante, che giova alla formazione e informazione del personale sanitario. La nostra associazione, che rappresenta i medici di origine straniera In Italia, è testimone del fatto che in questo Paese, dinanzi a casi di malattie infettive, si crei una situazione di allarme e di fobia verso gli immigrati. Crediamo molto in questo progetto, che coincide con i nostri che sono basati proprio sulla buona informazione. Ed è basilare che la buona informazione non si rivolga solo agli operatori sanitari, ma a tutta la popolazione, attraverso tre passaggi: comunicare il problema, dare corrette informazioni sull’evento e infine proporre soluzioni. In questo modo  si eviterebbero fobie infondate, discriminazioni e strumentalizzazioni nei confronti degli immigrati».
 

Lei ha sottolineato l’importanza dell’informazione anche per la popolazione. Per la formazione del personale sanitario, c’è bisogno di un coordinamento internazionale?
«Io faccio parte del comitato scientifico della Lega araba, come presidente dell’associazione dei medici di origine straniera in Italia, nonché della comunità del mondo arabo in Italia. Dal mio punto di vista c’è bisogno di un coordinamento e soprattutto delle eccellenze italiane in sanità. I professionisti italiani sono i più richiesti per la loro professionalità e preparazione, dimostrata peraltro con la gestione del caso Fabrizio Pulvirenti (il “paziente zero”, il medico siciliano di Emergency curato allo “Spallanzani”, ndr). Questo ovviamente fa onore all’Italia, e ci rende orgogliosi di essere italiani e l’AMSI si fa portavoce dell’eccellenza sanitaria italiana nei Paesi d’origine dei suoi membri».

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