Salute 25 settembre 2017

Robot in corsia: il Careggi già in pista. La tecnologia ruberà lavoro ai medici? L’intervista al Direttore dell’AOU di Firenze

Sempre più ospedali tecnologicamente virtuosi si dotano di macchinari all’avanguardia che sostituiscono l’operato dell’uomo. Saranno spazzati via milioni di posti di lavoro? La risposta di Monica Calamai, Direttore Generale dell’Ospedale Careggi di Firenze…

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«I professionisti sanitari dovranno perfezionare la loro formazione e offrire prestazioni sempre più elevate per stare al passo con la tecnologia». Lo spiega ai nostri microfoni Monica Calamai, Direttore Generale dell’Ospedale Careggi di Firenze, in occasione di S@lute 2017, il Forum d’innovazione per la Salute.  «Si tratta di una sfida da affrontare nel prossimo futuro: i professionisti sanitari lavoreranno a stretto contatto con i robot e  saranno sempre di più incentivati a migliorare la loro preparazione e a rendere più efficace il loro operato. Si tratta di uno stimolo, non certo di un disincentivo» spiega la Direttrice di una delle strutture fiore all’occhiello nel campo della tecnologia, dove, proprio di recente, è stato portato a termine con successo il primo trapianto di rene da donatore a cuore fermo mediante chirurgia robotica d’urgenza (LEGGI CHIRURGIA ROBOTICA: A FIRENZE PORTATO A TERMINE PRIMO TRAPIANTO DI RENE DA PAZIENTE A CUORE FERMO).

Come si coniuga innovazione e creazione di valore in sanità? Esiste il rischio che la tecnologia avanzata possa favorire la disoccupazione?

«Come detto, macchine più sofisticate e quindi, di conseguenza, camici bianchi più competenti: i robot non sostituiscono l’attività umana, ma la migliorano perfezionandola e rendendola più efficace. L’innovazione porta un valore aggiunto perché va a modificare la qualità del livello assistenziale sia nell’approccio con il paziente acuto sia nell’approccio con il paziente cronico. L’introduzione di tecnologie permetterà e consentirà di arrivare a casa del paziente: sembra una prospettiva lontana tuttavia in alcuni luoghi già sta avvenendo, in particolare in territori difficoltosi e complicati da raggiungere. Basta pensare a tutti quei paesi che oggi si stanno spopolando, dove l’arrivo dell’innovazione e della telemedicina potrebbero arrestare l’esodo e creare un valore pregevole in zone che finora sono rimaste isolate. Per quel che riguarda l’equipe medica, cambia proprio la gestione del paziente: ieri era ‘un mordi e fuggi’ con un paziente non consapevole e un medico che poco poteva coinvolgere l’utente nel contesto clinico. Oggi abbiamo visite più accurate (anche in breve tempo) con un maggiore coinvolgimento del paziente stesso a cui la comprensione della patologia è resa più accessibile. Insomma l’ospedale cambia, si delineano nuovi scenari e il Careggi ne è un esempio: nella struttura esiste un centro commerciale, dei ristoranti, una banca, un parrucchiere, una serie di attività che ampliano gli spazi non solo fisici ma anche mentali, arricchendo il contesto lavorativo per i medici e di cura per il paziente».

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Tra le sfide più difficili da vincere per il Sistema Sanitario Nazionale c’è quella della gestione dell’anzianità della popolazione e della cronicità: mettersi in rete tra strutture ospedaliere può essere una soluzione?

«Assolutamente sì, è necessario cambiare il paradigma: noi al Careggi stiamo riorganizzando tutta l’attività ambulatoriale, stiamo costruendo nuovi percorsi assistenziali, per cui il paziente ritorna a casa sano e informato sulle sue condizioni cliniche, mentre nei casi più gravi con patologie più impegnative, l’utente viene gestito attraverso percorsi incrociati che comprendono tutte le specialità mediche fino ad arrivare alla terapia idonea. A Careggi stiamo riorganizzando tutto il sistema secondo una rete capillare che riesca a coprire a tutto tondo le necessità del paziente: queste soluzioni generano meno frammentazione e allo stesso tempo meno visite e minori tempi d’attesa».

Su questo tema bisogna insistere sulla formazione continua dei medici?

«La formazione è fondamentale, i medici devono essere aggiornati continuamente e anche spogliare i vecchi modelli e studiarne degli altri. Purtroppo per quel che riguarda l’innovazione in chirurgia robotica ancora non è previsto un programma di studio universitario. Solo chi nel corso della fase di specializzazione ha un approccio con questo tipo di tecnologia ha la fortuna di trovare un percorso più specifico e acquisire delle competenze, altrimenti non è materia di studio. Credo che la rivoluzione non riguardi solo l’istituzione sanitaria ma anche tutto quello che gli gira intorno, quindi il mondo universitario che riguarda tutte le professioni, non solo medici ma anche infermieri, tecnici e altro».

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