Salute 8 gennaio 2018

INTERVISTA ESCLUSIVA: «Ecco come prevederemo il cancro con una semplice analisi del sangue»

L’intervista alla Professoressa Paterlini – Bréchot: «Il metodo ISET permette di riscontrare la presenza di cellule tumorali in chi ha avuto un tumore e chi è a rischio molto prima rispetto ai metodi tradizionali». Ma la comunità scientifica rimane scettica…

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Prevedere l’insorgenza del tumore anni prima rispetto ai metodi tradizionali, quindi pet, tac e risonanza magnetica. È questo l’obiettivo finale che la ricerca della Professoressa Patrizia Paterlini-Bréchot, docente di Biologia cellulare e molecolare presso l’Università di Parigi Descartes, intende raggiungere. In che modo? Con il metodo ISET, «una finestra sul futuro», come lei stessa lo ha definito più volte, su cui tuttavia bisogna ancora lavorare tantissimo. Abbiamo chiesto alla Professoressa Paterlini-Bréchot, nata e cresciuta nel Reggiano ma trasferitasi in Francia da giovanissima, come funziona questo metodo e in che modo potrà cambiare il modo in cui combattiamo contro il cancro.

Professoressa lei ha brevettato il metodo ISET, può spiegarci di che cosa si tratta?

«Si tratta di un metodo che permette di estrarre dal sangue delle cellule che derivano dagli organi, tra le quali possono esserci cellule tumorali. Attualmente sono due i fini che intendiamo raggiungere con questo metodo: l’identificazione delle cellule tumorali nei pazienti con tumore, che consente quindi di sapere se il tumore diventa invasivo, se c’è una recidiva che si sta preparando; e l’identificazione delle cellule tumorali in pazienti in cui il tumore non è ancora stato diagnosticato. Le conseguenze positive della prima applicazioni sono, penso, evidenti, perché ci permette di bloccare rapidamente le metastasi, la prima causa di morte dei pazienti con tumore solido. La seconda applicazione invece è una scoperta molto recente e utilizzabile, per adesso, nei pazienti a rischio di sviluppare diversi tipi di tumore. La particolarità del metodo è che non usa antigeni, ma è interamente basato sulla dimensione delle cellule: visto che le cellule degli organi sono più grandi delle cellule del sangue, è possibile ‘filtrarle’ in un modo molto sofisticato, consentendoci di trattenere le cellule e di analizzarle».

Qual è la validazione scientifica di questo metodo? Può dirci qualcosa sulle sperimentazioni che sono state fatte?

«Per quanto riguarda la prima applicazione di cui parlavamo prima, quindi quella nei pazienti con tumore, ci sono state tantissime pubblicazioni indipendenti che hanno dimostrato un importante valore prognostico dell’identificazione delle cellule tumorali in tantissimi tipi di tumore: al polmone, al colon, al fegato, nella zona otorino laringoiatrica, melanomi e sarcomi, solo per citarne alcuni. L’applicazione del test nei soggetti a rischio di sviluppare un tumore è invece molto nuova. Con il primo studio a livello internazionale sono stati studiati 168 pazienti con broncopatia ostruttiva, a rischio quindi di sviluppare tumore del polmone, che sono stati seguiti per 6 anni. Tramite il test sono state riscontrate delle cellule tumorali che invece lo scanner non aveva trovato: il tumore quindi era ancora piccolissimo, ma le cellule risultavano già reperibili da uno a quattro anni prima rispetto ai metodi tradizionali. Sono stati quindi immediatamente operati e adesso sembrano guariti. Nel 2017 poi è stato pubblicato lo studio di un gruppo australiano che ha studiato 254 pazienti a rischio di vari tipi di tumore (donne con la mutazione BRCA 1, BRCA2, a rischio quindi di cancro al seno, pazienti con poliposi del colon a rischio quindi di tumore del colon, o ancora pazienti a rischio di tumore ai polmoni): il 50% di questi pazienti è risultato avere cellule tumorali. Il follow up di questo studio è stato molto più corto rispetto al precedente, di 10 mesi, ed essendo i pazienti seguiti con l’imaging, a 10 mesi il tumore è stato riscontrato nel 20% dei pazienti. Scoprire molto più precocemente il tumore, quando è ancora piccolissimo, è indubbiamente molto importante».

Quali sono gli obiettivi finali che si potrebbero raggiungere andando avanti con la ricerca?

«L’analisi del sangue che facciamo oggi è la stessa da quasi 100 anni. Visto che siamo a conoscenza dell’esistenza di queste cellule rare da più di 15 anni, vorremmo arrivare ad un’analisi del sangue che, praticamente allo stesso costo di quella attuale, cerchi anche queste cellule rare, in modo tale da poter agire subito nel caso in cui si riscontri la presenza di segnali di allerta».

Oggi invece cosa può fare un paziente che volesse sottoporsi al test? Si diceva che si potesse acquistare online, è vero?

«No, assolutamente, non si può comprare online. Online c’è solo un sito con tutte le informazioni sul test: che cos’è, cosa dice, cosa non dice, quali limiti ha, le risposte che può dare, in che casi si può fare, eccetera. Adesso il test è rivolto soprattutto ai pazienti con tumore ma per legge non si può rifiutare ai pazienti che vogliono fare il test anche in assenza di tumore. Ma in ogni caso per adesso è ancora molto artigianale. Viene prodotto in tre centri al mondo: ce n’è uno in Francia, uno in Italia e uno a Los Angeles. D’altro canto sono necessari moltissimi controlli, moltissime precauzioni, molti marcaggi nelle cellule, un team di citopatologi veramente in gamba. Il fine è, ovviamente, di poterlo proporre su larga scala, cosa che ci consentirebbe di abbassare il prezzo, ma mantenendo sempre la stessa qualità».

Tuttavia, nonostante la natura rivoluzionaria di queste scoperte, dopo la sua partecipazione a Porta a Porta qualche mese fa (LEGGI QUI), è stata duramente attaccata, in particolare dagli oncologi italiani. Secondo lei come mai?

«Guardi le dico la verità, io sono un medico convertito a ricercatore, quindi la mia missione è parlare alla gente. È per questo motivo che in Francia ho accettato di scrivere un libro e di partecipare a questa trasmissione televisiva. Sinceramente non mi aspettavo una reazione di questo tipo, però bisogna dire che è normale. Forse questi oncologi hanno pensato che mi credessi chissà chi, che volessi salvare il mondo… Forse l’hanno presa come una manifestazione di arroganza, ma io non sono così, l’arroganza non fa parte del mio carattere, anche perché io penso sinceramente che ancora non abbiamo fatto niente. Noi vogliamo che la mortalità per tumore diminuisca, e non so se riuscirò a vedere con i miei occhi questo risultato. Sono state dette molte cose nei miei confronti, però nessuno ha mai detto che prima d’ora nessuno studio era arrivato a fare diagnosi prima dell’imaging. Hanno detto che lo studio non fosse validato, ma io ho sempre detto che c’erano studi in tal senso, completamente indipendenti e non sovvenzionati dall’industria. Quindi, sinceramente, non ho ben capito di cosa mi accusassero… però la gelosia è umana, quindi questa reazione in qualche modo è umana».

Quali sono, da un punto di vista burocratico, le azioni che state intraprendendo, anche per arrivare all’introduzione del test nei servizi sanitari?

«In Francia abbiamo preso i contatti con chi di dovere per il rimborso del test. Ci hanno risposto che lo conoscono molto bene e che dobbiamo riempire un dossier, ma per raccogliere tutti i dati che ci chiedono serve più di un anno. Stiamo lavorando in questo senso e poi, se avremo fortuna, potremmo dare un rimborso temporaneo solo ai pazienti a rischio di tumore al polmone. Per adesso, ovviamente per motivi economici, è impossibile ottenerlo per tutti i tipi di tumore. Sa, per la ricerca servono moltissimi finanziamenti, la ricerca è carissima. Poi, per carità, la stessa cosa si può fare con molta meno qualità e con molti meno controlli, ma ovviamente in quel caso si assicura molto meno ai pazienti. Noi lavoriamo in un campo molto nuovo, in cui è quindi necessario un rigore assoluto a tutti i livelli: dello strumento, di come è usato, di come si opera sulle cellule, del modo in cui le cellule sono analizzate, eccetera. Ovviamente questo costa tanto, e se arrivano i soldi da privati, col fine ultimo di fare molti soldi e magari rapidamente, non si possono assicurare tutti questi controlli… E noi non vogliamo essere forzati nel nostro modo di fare le cose, altrimenti tanto vale fare un altro mestiere…».     

 

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